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Bathys e profundus : la dimensione dell'immersione e della profondità nella cultura classica greco latina di Mariano Grossi

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Riccardo Bernardini scrive a pag. 62 del suo libro “Jung a Eranos: Il progetto della psicologia complessa” (Ed. Franco Angeli - Milano, 2011): “Psicologia del profondo. La terza prospettiva è quella della psicologia del profondo (Tiefenpsychologie). Il termine “profondo” deriva dal latino profundus, parola composta da pro,”avanti”, e fundus, ”parte inferiore”, esso denota quindi un movimento verso ciò che sta in basso. Un suo equivalente greco è bathýs (baqÚj) termine che presenta analogie con l’arabo batin, ovvero il senso interiore, nascosto, invisibile delle Scritture e, in generale, delle cose”.

Mario Perniola ne ”La rivalutazione della nozione di “profondità” a pag. 212 esprime un’idea differente circa l’etimo del vocabolo latino: “… occorre capire perché mai i romani dicevano profundus e non molto più semplicemente fundus (come i tedeschi che dicono tief e gli inglesi che dicono deep). Fundus, tief e deep sono infatti affini tra loro: tutti derivano dalla radice indo-europea *dheu-b, o *dheu-p, che vuol dire fondo opposto a superficie. Perciò i filologi si sono chiesti: che cosa sta a fare quel pro- davanti a fundus? Ma che cosa vuol dire la proclitica pro in latino? Essa ha due significati: ”davanti” e “lontano”. Scartata la prima ipotesi che non vuol dire nulla di sensato, la chiave della soluzione sta nella seconda ipotesi: profundus vuol dire “lontano [è] il fondo”, cioè il fondo inteso come spazio smisurato, che inghiotte e divora e che non è suscettibile di misura, deve essere rimosso (questa è appunto la finissima spiegazione etimologica di P. Mantovanelli, ”Profundus. Studio di un campo semantico dal latino arcaico al latino cristiano”, cit., pag.20). In tutta la romanità perciò la parola profundus è sempre usata negativamente, come ciò che è senza fondo, e quindi non può essere misurato, e perciò si oppone all’ideale latino del modus, della misura. Per indicare un’estensione assai ampia in latino in alto o in basso, la quale è tuttavia sempre misurabile, i latini adoperavano la parola altus (che viene da alo, crescere). Profundus invece era un aggettivo estremo (privo perciò di superlativo), in cui era implicita una valutazione negativa. Mantovanelli prende in esame tutti gli usi della parola da Plauto fino agli scrittori cristiani: mai essa è usata come un elogio.”

Giova qui ricapitolare ed integrare la comparazione tra sanscrito, greco e latino della radice indoeuropea dell’idea dell’immersione tratta dal ”Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee” di Franco Rendich, nella misura in cui è importante rammentare quel che scriveva Friedrich Schlegel in “Uber der Sprache und Weisheit der Indier”, 1808, libro I, cap. V pp. 64-65 e che qui sintetizziamo: ”Come dunque l’uomo sia pervenuto a quella grandezza riflessiva, è un altro problema; ma con quella stessa grandezza riflessiva, con la profondità e la nitidezza di spirito che nel concetto di grandezza riflessiva comprendiamo, c’è anche la lingua. Assieme alla capacità di intravedere coerentemente il significato naturale delle cose, alla acuta sensibilità per l’espressione originaria di ogni suono, che l’uomo per mezzo degli strumenti linguistici è in grado di produrre, fu dato anche il fine senso creativo che separò e unì le lettere, inventò, trovò e definì le sillabe significanti”. Poiché sono le sillabe significanti di nascita indoeuropea e protosanscrita l’origine delle radici verbali del sanscrito, del greco e del latino.


gah ”spingersi [h] nelle acque [gā],”immergersi”,”tuffarsi”

L’indoeuropeo ad un certo stadio della sua evoluzione coincise con il protosanscrito. E fu proprio nel Rg-Veda, la massima opera della letteratura sanscrita, che le mucche [gā], in quanto datrici di latte, furono viste come le nuvole che davano la pioggia e quindi metaforicamente come “acque celesti”(Cfr. F. Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, nota 229, pag.148)


Sanscrito

g=g

ā=ā

h=h


Greco

g=b

ā=a

h=th/ph

Latino

g=b

ā=a

h=pt




gāh,gāhate ”tuffarsi”, ”immergersi”

gādha ”immerso”

gāha “profondità”

gāhitr “tuffatore”

gahana ”profondo”,

”acque profonde”,

”oscurità impenetrabile di acque”

báptō “immergere”, tuffare” baptízō “immergere”, ”tuffare” báptisma “abluzione”, battesimo” baptistērion ”piscina”, ”battistero” bánna ”immersione di colore” baphē “immersione”

báthos “profondità” bathýs”profondo” bénthos “profondità del mare”


baptizo”immergersi” “aspergere”,”battezzare” baptisma”abluzione” “battesimo” baptismus”battesimo”

batillum ”pala, badile, braciere portatile, setaccio,turibolo”


La radice del vocabolo greco che indica la profondità è: *baph rintracciabile anche in b£ptw io immergo, io tuffo, io mando a fondo, sempre dalla stessa base, con la trasformazione del tema del presente per effetto dello jod indoeuropeo (baf–jw) in pt.

Quella isognomonica latina è invece *fud reperibile in fundo, is, fudi, fusum, fundere . Il passaggio da fud, tema del perfetto, a fund, tema del presente, avviene come per altri verbi della 3^ coniugazione (fingo,is, finxi, fictum, fingere, oppure frango, is, fregi, fractum, frangere), per inserimento di un infisso nasale (n).

La presenza della preposizione pro nel composto profundo, is, fudi, fusum, fundere stressa la successione ovvero l’estensione nello spazio rimarcando perfettamente il sema individuato da Bernardini del moto verso il basso, ma soprattutto quello descritto da Perniola e Mantovanelli della lontananza dal fondo.

Il frequentativo intensivo di b£ptw, bapt…zw, nella valenza neotestamentaria indica l’immersione totale dello spirito nell’esperienza trascendente dell’incontro con la divinità (credo non molto distante dalla sfera psichica).

In greco la radice *baph parrebbe contenere una poliedricità del concetto di profondità, spaziante dalle metafore e dai traslati dei poeti e dei filosofi, al lessico geografico usato dagli storiografi, a quello matematico fino alla terminologia militare ovvero magica e anatomica. Eschilo nel Prometeo al verso 1029 parla di Tart£rou b£qoj, profondità del Tartaro, l’oscuro baratro nel fondo dell’Ade, il sito dei morti, concetto terribilmente ctonio, ribadendo la sua ermeneutica abissale nei Persiani al verso 465, kakîn b£qoj, un abisso di mali; mentre Euripide verticalizza verso l’alto il suo concetto nella Medea al verso 1279 parlando di b£qoj a„qšroj, la profondità dell’aria; Platone nel Teeteto parla di profondità d’intelligenza mentre, in senso profondamente idrico, Senofonte nella Ciropedia, 7,5,8 parla di potamoà b£qoj, la profondità di un fiume; nel Nuovo Testamento più volte tÕ b£qoj indica, di per sé ed assolutamente, l’alto mare; invece Platone nella Repubblica, parlando di b£qouj metšcein ci porta nel lessico meramente geometrico per sottolineare l’opposizione della profondità alla larghezza matematica; Senofonte nelle Elleniche trasferisce il vocabolo nel lessico militare parlando di strati©j b£qoj, la colonna di un esercito e anche Tucidide, quando parla della disposizione incolonnata di un dispositivo schierato in armi, utilizza la locuzione modale ™pˆ b£qoj. Teocrito nell’Idillio 14 lo utilizza per indicare la profondità di una pozione ( ™n b£qei pÒsioj); Erodoto ed Efippo lo usano per indicare quanto folti possano essere i peli della barba o dei capelli, parlando di b£qoj tricîn e pègwnoj . Analogie polivalenti si trovano nell’uso dell’aggettivo baqÚj. Ma quest’ultimo, a differenza del latino profundus, non dovette essere considerato un aggettivo estremo, talché il comparativo ed il superlativo ne sono pienamente attestati (Platone nelle Leggi, 930 parla di baqÚtera ½qh “indole più seria e più grave”, mentre Eliano nella Varia Historia 2,36 usa il superlativo dell’avverbio riferendosi alla veneranda età di Socrate: Σωκράτης δὲ καὶ αὐτὸς βαθύτατα γηρῶν εἶτα νόσῳ περιπεσών, ἐπεί τις αὐτὸν ἠρώτησε πῶς ἔχοι, ῾καλῶj᾽ εἶπε ῾πρὸς ἀμφότερα: ἐὰν μὲν γὰρ ζῶ, ζηλωτὰς ἕξω πλείονας: ἐὰν δὲ ἀποθάνω, ἐπαινέτας πλείονας.᾿ “Socrate stesso invecchiando in maniera avanzatissima ed ammalatosi, quando gli chiedevano come stesse, rispondeva: ‘Bene in entrambi i casi: se vivo, avrò più seguaci, se muoio, più lodatori’ ”

La radice *baph, così versatile in Greco, è presente anche in latino con una valenza apparentemente "ctonia" col termine batillum/vatillum, poi diventato "badile" in italiano, la pala, almeno per quanto si nota nell'uso di Varrone; ma le scaturigini solutrici delle problematiche, chiamiamole così, "sommersive", sembrano già astrologare altri concetti, diciamo, più liberatori; in effetti per Plinio il Vecchio il vatillum è la paletta da fuoco o lo scodellino con manico usato come una sorta di setaccio molecolare ed in Orazio diventa addirittura il turibolo, lo spargitore di incenso, una sorta di braciere portatile!

Cominciamo la nostra panoramica proprio da Orazio:

Horatius Sermones, I, 5,33-36

“Fundos Aufidio Lusco Praetore libenter

linquimus, insani ridentes praemia scribae,

praetextam et latum clavium prunaeque vatillum“

"Con sollievo lasciamo Fondi, dove fa il pretore Aufidio Lusco, ancora schiattati dalle risate per quello stupido scribacchino che ci accoglie bardato di toga pretesta, laticlavio, carboni ardenti e spargitore di incenso!"

Sintetizzando la nota di Mario Ramous a pag. 863 di Orazio ”Le opere”- Garzanti, 1988, Aufidio non era un pretore vero, ma si faceva chiamare così ed Orazio lo prende in giro; egli era un semplice duumvir, magistrato a capo del municipio locale; ovviamente gente come Orazio che viene dalla capitale (e ha dimenticato che anch’egli proviene dalla provincialissima Venosa), lo considera poco più che uno scribacchino; ma la cosa interessante è che il soggetto li aveva accolti in pompa magna con:

1. toga orlata di porpora dei magistrati curuli e di quelli municipali;

2. laticlavio, la larga striscia purpurea che ornava la parte anteriore della tunica dal collo ai ginocchi e distingueva i senatori;

3. pruna (i carboni ardenti per accendere le torce dei littori);

4. vatillum che è il turibolo,

perché voleva celebrare un sacrificio in onore degli ospiti.

Nel 1828 Ludovico Desprez nel suo commento ad Orazio (Quinti Horatii Flacci Opera. Interpretatione et Notis illustravit Ludovicus Desprez, Philadelphiae, ed. Joseph Allen, 1828) così chiosava: “Prunaeque vatillum: tanta erat Aufidii insania, ut ante se ferri prunas in batillum, id est, foculo ansato et gestabili, iuberet, ad instar virorum principum et imperatorum, quibus praeferebatur eiusmodi ignis, summae auctoritatis ac potestatis index et insigne. Frustra quidam intelligunt vas parvum, in quo suffitus nempe fieret Iovi Hospitali, sive hospitibus et convivis.”

“Era così grande la dabbenaggine di Aufidio da ordinare di portare davanti a sé dei carboni ardenti in un turibolo,cioè per mezzo di un piccolo braciere portatile,come i nobili uomini principi e imperatori cui veniva portato innanzi analogo fuoco, indice e segno di massima autorità e potestà. Invano alcuni lo intendono come un piccolo vaso in cui evidentemente venivano fatti suffumigi purificatori a Giove Ospitale o piuttosto agli ospiti e commensali”

Nel commento di Celestino Massucco alle Opere di Orazio, edito per la Bonfanti Editrice nel 1830 si leggeva: “Batillum. E’questo il diminutivo di batinum, che significa propriamente una paletta da fuoco, o anche una semplice pala di legno. Si usava però anche per braciere e per profumiere. Erodiano dice che l’imperatore Commodo lasciò a sua sorella Lucilla, vedova dell’imperatore Lucio Vero, i medesimi onori, de’ quali godeva vivente il marito, tra i quali onori segna quelli di assidersi sulla sedia imperiale nel teatro, e di farsi portare dinanzi un braciere, ossia un profumiere ( kaˆ g¢r ™pˆ toà basile…ou qrÒnou kaqÁsto ™n to‹j qe£troij, kaˆ tÕ pàr proepÒmpeuen aÙtÁj, Erodiano, I, 8, 4). Questo era certamente l’uso di tutti i grandi d’Oriente, che tuttavia lo conservano. Doma l’Asia, passò in uso ai Romani colle altre delizie di quella gente, e se solamente al tempo degli imperatori si introdusse da essi il costume di farsi portar dinanzi il profumiere, prima d’allor praticavasi nelle case de’ grandi di averne nelle lor sale, e i profumieri avevano luogo nelle loro credenze, come lo hanno anche adesso in quelle de’ Principi e de’ grandi Prelati. Venendo al Pretore Aufidio, pieno egli di vanità, marciava sempre colla pretesta e col laticlavo, come se fosse nel tribunale, e o facevasi portare innanzi un braciere di fuoco per abbruciarvi degli odori, siccome vuole Casaubuono, o come ad altri pare, ricevuto aveva Mecenate e i compagni con un profumiere davanti, come se fosse un grande signore, rendendosi così ridicolo a quella truppa di illustri personaggi avvezzi alle grandezze di Roma.”

Dunque vatillum, radice *baph, prende funzioni sacrali, aspersorie e quindi la valenza a tutta prima interrante pare decolorarsi.

Vediamo come lo usa Plinio il Vecchio nella ”Naturalis Historia”. Libro 33, Paragrafi 123-164

“Argenti duae differentiae. vatillis ferreis caedentibus ramento inposito, quod candidum permaneat, probatur. proxima bonitas rufo, nulla nigro. sed experimento quoque fraus intervenit. servatis in urina virorum vatillis inficitur ita ramentum obiter, dum uritur candoremque mentitur. est aliquod experimentum politi et in halitu hominis, si sudet protinus nubemque discutiat.”

“Due le differenze dell'argento. Messa una scaglia su palette di ferro che scindono, ciò che resta bianco, è apprezzato. La successiva qualità per quello rosso, nessuna per il nero. Ma anche con la prova interviene l'inganno. Con le palette conservate nell'urina degli uomini la scaglia viene così momentaneamente alterata, mentre si brucia ed è simulato il candore. C'è una certa prova della purezza anche nell'alito dell'uomo, se subito trasuda e dissolve il vapore.”

Come può notarsi, il vatillum qui ha una funzione separatoria, una sorta di attrezzo da farmacista per scevrare le varie qualità di argento. Dunque la funzione meramente scavatrice è nettamente superata, onde corroborare la tesi della funzione purificatrice della base radicale *baph

Vediamo infine che uso ne fa Varrone nel ”De Re Rustica”, I, 50: ”Altero modo metunt, ut in Piceno, ubi ligneum habent incurvum batillum, in quo sit extremo serrula ferrea, haec cum comprehendit fascem spicarum, desecat et stramenta stantia in segete relinquit, ut postea subsecetur”

“Nel Piceno si miete in un’altra maniera, adoperandosi una pala di legno incurvata, nella cui estremità si mette una seghetta di ferro. Con questa si prende un fascio di spighe, si tagliano e si lasciano in piedi sopra il terreno le paglie per esser poi tagliate rasente terra.”

E Giangirolamo Pagani chiosava in nota al batillum varrroniano: “Gesnero è persuaso che questa pala non sia molto differente da quella che Varrone nel libro III capitolo 6°, vuole che si adoperi per raccogliere il letame”.

Dunque *baph parrebbe radicale di attrezzatura molto poco ctonia e sotterranea, bensì di utensili atti a scevrare i prodotti della terra da essa cogliendone i frutti, con funzione prettamente produttrice e generatrice che sottende un vitalismo incoercibile. “Alii serunt, alii metunt” può essere interpretato dunque proprio nel senso meccanico letterale: ”C’è chi sotterra e chi raccoglie il frutto dell’interramento”. Il batillum varroniano sembra aver proprio questa funzione!

E. Saglio nel “Dictionnaire des Antiquitès Grecques et Romaines” ricapitola così quanto soprariportato:

BATILLUM ou VATILLUM. — Petite pelle à manche court. Quelle que soit la diversité des emplois indiqués par les auteurs pour des objets semblables, ils se rapportent tous à cette définition. Varron donne ce nom à un instrument servant à enlever le fumier dans une volière de paons; d'autres appellent ainsi une pelle à feu, pouvant contenir des charbons et au besoin servir de réchaud pour brûler des matières odoriférantes. L'exemple ci-joint, d'après un modèle trouvé à Pompéi montrera comment le même objet pouvait avoir cette double destination. Pline dit aussi que l'on faisait l'essai des métaux sur des batilla en fer, ce qui peut s'entendre des pelles dont il vient d'être parlé, ou encore d'une éprouvette comme celle qui est représentée d'après un bas-relief où cet objet se trouve placé à côté d'un sac de monnaie.

Sullo stesso orientamento, da www.latinlexicon.org apprendiamo:

batillum, batilli (vatillum, vatilli) BATILLUM, VATILLUM, BATILLUS – noun (n. 2nd declension): A shovel, a fire-shovel, coal-shovel, dirt or dungshovel – A fire-pan, chafing-dish, fumigating-pan, incense-pan.- batillum (in MSS. also vatillum),i, n. (batillus),i, m. Marc. Emp. 27). A shovel, a fire-shovel, coal-shovel, dirt or dungshovel, etc.: batilli ferrei, Plin. 33, 8, §127; 34, 11, 26, §112; Treb. Pol.Claud.14; Varr.R.R.3, 6, 5.;

A fire-pan, chafing-dish, fumigating-pan, incense-pan: prunae batillum,*Hor. S. 1,5,36 (Jahn, K. and H. vatillum).

Cerchiamo appunto in Trebellio Pollione, nel capitolo dell’Historia Augusta dedicato al Divus Claudius (testo tratto dalla Loeb Classical Library edito nel 1932) l’ulteriore citazione di vatillum:

“Nunc ad iudicia principum veniamus, quae de illo a diversis edita sunt, et eatenus quidem ut appareret quandocumque Claudium imperatorem futurum.

Epistula Valeriani ad Zosimionem, procuratorem Syriae: “Claudium, Illyricianae gentis virum, tribunum Martiae quintae legioni fortissimae ac devotissimae dedimus, virum devotissimis quibusque ac fortissimis veterum praeferendum. huic salarium de nostro privato aerario dabis annuos frumenti modios tria milia, hordei sex milia, laridi libras duo milia, vini veteris sextarios tria milia quingentos, olei boni sextarios centum quinquaginta, olei secundi sextarios sescentos, salis modios viginti, cerae pondo centum quinquaginta, feni, paleae, aceti, holeris, herbarum quantum satis est, pellium tentoriarum decurias triginta, mulos annuos sex, equos annuos tres, camelas annuas decem, mulas annuas novem, argenti in opere annua pondo quinquaginta, Philippeos nostri vultus annuos centum quinquaginta et in strenis quadraginta septem et trientes centum sexaginta. item in cauco et scypho et zema pondo undecim. tunicas russas militares annuas duas, sagochlamydes annuas duas, fibulas argenteas inauratas duas, fibulam auream cum acu Cyprea unam. balteum argenteum inauratum unum, anulum bigemmem unum uncialem, brachialem unam unciarum septem, torquem libralem unum, cassidem inauratam unam, scuta chrysographata duo, loricam unam, quam refundat. lances Herculianas duas, aclides duas, falces duas, falces fenarias quattuor. cocum, quem refundat, unum, mulionem, quem refundat, unum, mulieres speciosas ex captivis duas. albam subsericam unam cum purpura Girbitana, subarmalem unum cum purpura Maura. notarium, quem refundat, unum, structorem, quem refundat, unum. accubitalium Cypriorum paria duo, interulas puras duas, fascias viriles duas, togam, quam refundat, unam, latum clavum, quem refundat, unum. venatores, qui obsequantur, duo, carpentarium unum, curam praetorii unum, aquarium unum, piscatorem unum, dulciarium unum. ligni cotidiani pondo mille, si est copia, sin minus, quantum fuerit et ubi fuerit; coctilium cotidiana vatilla quattuor. balneatorem unum et ad balneas ligna, sin minus, lavetur in publico. iam cetera, quae propter minutias suas scribi nequeunt, pro moderatione praestabis, sed ita ut nihil adaeret, et si alicubi aliquid defuerit, non praestetur nec in nummo exigatur. haec autem omnia idcirco specialiter non quasi tribuno sed quasi duci detuli, quia vir talis est ut ei plura etiam deferenda sint."

Di seguito la traduzione a fronte della stessa casa editrice Loeb:

Let us now proceed to the opinions that many emperors expressed about him, and in such wise, indeed, that it became apparent that he would some day be emperor.

A letter from Valerian to Zosimio, the procurator of Syria: "We have named Claudius, a man of Illyrian birth, as tribune of our most valiant and loyal Fifth Legion, the Martian, for he is superior to all the most loyal and most valiant men of old. By way of supplies you will give him each year out of our private treasury three thousand pecks of wheat, six thousand pecks of barley, two thousand pounds of bacon, three thousand five hundred pints of well-aged wine, one hundred and fifty pints of the best oil, six hundred pints of oil of the second grade, twenty pecks of salt, one hundred and fifty pounds of wax, and as much hay and straw, cheap wine, greens and herbs as shall be sufficient, thirty half-score of hides for the tents; also six mules each year, three horses each year, fifty pounds of silverware each year, one hundred and fifty Philips, bearing our likeness, each year, and as a New-year's gift forty-seven Philips and one hundred and sixty third-Philips. Likewise in cups and tankards and pots eleven pounds. Also two red military tunics each year, two military cloaks each year, two silver clasps gilded, one golden clasp with a Cyprian pin, one sword-belt of silver gilded, one ring with two gems to weigh an ounce, one armlet to weigh seven ounces, one collar to weigh a pound, one gilded helmet, two shields inlaid with gold, one cuirasse, to be returned. Also two Herculian lances, two javelins, two reaping-hooks, and four reaping-hooks for cutting hay. Also one cook, to be returned, one muleteer, to be returned, two beautiful women taken from the captives. One white part-silk garment ornamented with purple from Girba, and one under-tunic with Moorish purple. One secretary, to be returned, and one server at table, to be returned. Two pairs of Cyprian couch-covers, two white under-garments, a pair of men's leg-bands, one toga, to be returned, one broad-striped tunic, to be returned. Two huntsmen to serve as attendants, one waggon-maker, one headquarters-steward, one waterer, one fisherman, one confectioner. One thousand pounds of fire-wood each day, if there is an abundant supply, but if not, as much as there is and wherever it is, and four braziers of charcoal each day. One bath-man and firewood for the bath, but if there is none, he shall bathe in the public bath. All else, which cannot be enumerated here because of its insignificance you will supply in due amount, but in no case shall the equivalent in money be given, and if there should be a lack of anything in any place, it shall not be supplied, nor shall the equivalent be exacted in money. All these things I have allowed him as a special case, as though he were not a mere tribune but rather a general, because to such a man as he an even larger allowance should be made."

Dunque Valeriano ordina a Zosimio, procuratore della Siria, di fornire a Claudio, nominato da lui tribuno della 5^ Legione, a titolo di sussidio, tra l’altro, quattro bracieri di carbonella al giorno.

Questa carrellata sui reperti documentali relativi a batillum ci consente di dedurne una funzione decisamente attiva, vitalistica e ribaltatrice nella radice fondante del vocabolo; sono come qualmente attrezzature che hanno stretto legame coll’elemento vivificatore del fuoco che storicamente ha funzione sacrale e rigeneratrice; questo per quanto ha tratto con le accezioni del braciere ovvero del turibolo. Ma anche l’accezione varroniana e quella pliniana della pala fanno balenare dichiaratamente una valenza produttiva e scevrante, vuoi nell’utilizzo tipicamente agricolo, vuoi in quello alchemico.

La sua connessione col concetto di profondità, che appare marcata nel greco, viene comunque garantita dalla morfologia di tali attrezzature, sia riferendosi al braciere o al turibolo, che garantiscono la funzione combustiva in virtù della loro concavità, sia in relazione alle pale di cui parlano Varrone e Plinio, arnesi che si sviluppano appunto in lunghezza e comunque manovrati verso il basso.

Chiuderemmo la rassegna sul tema della profondità con un riferimento storico-mitologico-topografico che ci rimanda a Virgilio; la descrizione dell’approdo di Enea sulle sponde italiche delinea un sito di per sé naturalmente orientato allo sviluppo in profondità:

"Crebrescunt optatae aurae portusque patescit
iam propior templumque apparet in arce Minervae.
Vela legunt socii et proras ad litora torquent.
Portus ab euroo fluctu curvatus in arcum;
obiectae salsa spumant aspergine cautes,
ipse latet: gemino demittunt bracchia muro
turriti scopuli refugitque ab litore templum."

"Crescono le brezze sperate, e già il porto si apre
ormai vicino, e sulla rocca appare il tempio di Minerva.
I compagni raccolgono le vele e volgono a riva le prue.
Il porto è curvato ad arco dal flutto orientale;
le rocce protese spumeggiano di spruzzi salmastri;
ma esso è a riparo: turriti scogli abbassano
le braccia in duplice muro, e il tempio s'addentra dalla riva."


Con questi versi, Virgilio nell'Eneide (III, 530-536) descrive il primo approdo di Enea in Italia. Secondo fonti antiche, tale descrizione si riferisce all'insenatura che in italiano oggi ha il nome di Porto Badisco; Francesco Pepe su www.puglialand.com collima con noi: ”Il termine “badisco” deriva dal greco e significa profondo, infatti, si tratta del punto finale di una depressione compresa tra i centri di Poggiardo, Palmariggi e Otranto”. Lim¾n Baq…skoj, Portus Badiscus è davvero un’opera di badile operata dal mare nelle rocce della splendida costa salentina.

Vediamo ora se da un’analoga panoramica sull’uso della radice isognomonica latina, presente in profundus si ricava la stessa poliedricità riscontrata in quella greca. Innanzitutto a differenza del sostantivo greco b£qoj così molteplicemente attestato, quello latino profunditas, si trova solamente in Macrobio, nel IV secolo d.C.. Molto più utilizzato è l’aggettivo corrispondente; nel lessico idrografico lo attesta Cicerone Pro Plancio, 15 in mare profundum con una similitudine riferita alle onde dei comizi che ribollono appunto come un mare profondo ed immenso; in senso orografico Livio Ab Urbe condita, XVIII, 23, parla di profundae altitudinis convalles; Virgilio ne predilige l’uso metaforico sia in chiave ctonia (Eneide IV, 26 nox profunda, la tenebra infernale, ovvero nel I libro delle Georgiche Manes profundi, le anime dell’Averno) che in chiave eterea (Ecloga IV, 51 caelum profundum); l’idea della densità connessa col mistero si evidenzia in Lucrezio che nel De Rerum Natura V, 42 parla di profundae silvae, le foreste dense e cariche di vegetazione (o come intendeva Johann Friedrich Reitz nel suo commento alle opere di Luciano, per esprimersi de dimensione horizontali) nonché in Apuleio che parlando di somnus profundus nelle Metamorfosi crea il calco del baqÝj Ûpnoj di Teocrito (interessante in tal senso sarebbe approfondire la ricerca di Mirko Deanovic che ha parlato diffusamente di queste sovrapposizioni semantiche tra le due lingue nel suo articolo “Sul carattere mediterraneo della parlata di Ragusa”); la figuratività ed i traslati riscontrati nell’uso poetico e filosofico del termine sono analogamente rinvenibili in latino: Cicerone Contra Pisonem, 20 parla di profundae libidines per indicare l’abisso delle passioni, così come Sallustio Bellum Jugurthinum LXXXI di profunda avaritia per indicare l’insaziabilità dei Romani secondo la visione infiammata di Giugurta, mentre Orazio Carmina IV, 2 vv.7-8 per descrivere lo spessore dell’impeto pindarico dice ruit profundo Pindarus ore, letteralmente “si slancia Pindaro con bocca profonda”, con riferimento alla capacità del poeta di confezionare parole composte e dunque complesse da pronunciare per gli organi fonatori.

L’aggettivo sostantivato profundum,i, neutro della seconda declinazione, ribadisce la valenza negativa delineata da Perniola ad inizio capitolo: “Quis enim ignorat, si plures ex alto emergere velint, propius fore eos quidem ad respirandum, qui ad summam iam aquam adpropinquent, sed nihilo magis respirare posse quam eos, qui sint in profundo?”; esse in profundo per Cicerone De Finibus 04, 21-25 significa “essere in fondo all’acqua, nell’abisso”, mentre nel Digesto XXXII, De Legatis la stessa espressione significa “essere ignoto": hae res testatoris legatae quae in profundo esse dicuntur, quandoque apparuerint, praestantur; Tacito, Agricola 25 dice: ac modo silvarum ac montium profunda, modo tempestatum ac fluctuum adversa, hinc terra et hostis, hinc victus Oceanus militari iactantia compararentur. “venivano raffrontati con spacconeria militaresca adesso i profondi recessi delle selve e dei monti, adesso le avversità delle tempeste e delle onde di qua la terra e il nemico, da là l’Oceano battuto”. Mentre la stessa valenza assoluta per il mare aperto riscontrata in tÕ b£qoj nel Nuovo Testamento ritroviamo in Virgilio, Eneide XII 263-264 Petet ille fugam penitusque profundo vela dabit,”egli fuggirà via e metterà le vele in mare aperto” Manilio Chiromantia, Astrologia V lo usa per indicare l’incommensurabilità del cielo (quarta profundum coeli, angulus terrae, domus parentum) ricalcando il b£qoj a„qšroj di Euripide in Medea 1279. Cicerone Academica Priora. 2, 10, 32: “Democritus (dixit) in profundo veritatem esse demersam,” vuol significare l’abisso interiore in cui si nasconde la verità, tenendola completamente celata. Valerio Massimo 2, 10, 6 in profundum ultimarum miseriarum abjectus vuol indicare il precipizio di un abisso di sventure.

Ricapitolando, ci troviamo davanti a due radicali, *baph e *fud, che travalicano il concetto dell’interramento, riservato nelle due lingue ad altre radici, precisamente quelle rintracciabili rispettivamente nei verbi q£ptw e sepelio, specificamente riservate allo scavo ctonio per la deposizione delle entità organiche.

E sembra cogliere nel segno Perniola individuando in profundus un valore misterico ed estremo che ne negativizza il sema nella misura in cui non ne vengono attestati usi al superlativo (questa tendenza è del resto confermata in italiano, laddove le attestazioni del superlativo sono circoscrivibili a rarissimi casi, uno dei quali quello pregnantissimo in funzione ossimorica dell’Infinito di Leopardi

Sempre caro mi fu quest'ermo colle

e questa siepe, che da tanta parte

dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quïete

io nel pensier mi fingo, ove per poco

il cor non si spaura.

L’incommensurabilità dell’abbandono determinato da quell’annullamento nell’eterno è scaturigine di turbamento per il poeta! Come precipitarsi in una voragine il cui termine pare non arrivare mai!

Altrettanto interessante è rilevare la valenza misterica data all’immergibilità nei due lemmi, poiché si è avuto modo di notare che sia in greco che in latino entrambi sono attestati per indicare in maniera assoluta gli abissi marini.

Ma gli esempi riportati in greco per b£qoj e baqÚj dissimilano la radice greca dalla statica negatività di quella latina, così ben delineata da Perniola e perfettamente intuita da Guglielmo Campione a pag. 41 della prima edizione di IMMERGERSI NELLA MENTE , IMMERGERSI NEL MARE: “Questa ambivalenza di sentimenti negativi e positivi si trova nella semantica antica: l’idea di profondità implicita nel pensiero greco arcaico che utilizza la parola bathýs sta ad indicare un che di positivo, sinonimo di folto, fitto, ricco, spesso del tutto diverso dal significato negativo che i latini attribuivano alla parola profundus, intesa invece come mancanza di misura, smodato, fondo, come spazio vuoto smisurato in grado di inghiottire e divorare uomini e navi”.

Sintomaticamente l’uso nel lessico geometrico e le attestazioni dei comparativi e dei superlativi connettono la radice greca proprio al concetto di misura, quella che la latina aprioristicamente esclude!

Ed è forse proprio la nozione misteriosa turbativa il motivo per cui le due radici non vengono attestate nell’indicare coloro i quali erano immersori subacquei professionali. La prima attestazione in tal senso parrebbe rintracciabile in Omero, Iliade, XVI nel passo della morte di Cebrione, auriga di Ettore, per mano di Patroclo (vv.726 -750):

Ὣς εἰπὼν ὃ μὲν αὖτις ἔβη θεὸς ἂμ πόνον ἀνδρῶν,
Κεβριόνῃ δ' ἐκέλευσε δαΐφρονι φαίδιμος Ἕκτωρ
ἵππους ἐς πόλεμον πεπληγέμεν. αὐτὰρ Ἀπόλλων
δύσεθ' ὅμιλον ἰών, ἐν δὲ κλόνον Ἀργείοισιν
ἧκε κακόν, Τρωσὶν δὲ καὶ Ἕκτορι κῦδος ὄπαζεν.
Ἕκτωρ δ' ἄλλους μὲν Δαναοὺς ἔα οὐδ' ἐνάριζεν·
αὐτὰρ ὃ Πατρόκλῳ ἔφεπε κρατερώνυχας ἵππους.
Πάτροκλος δ' ἑτέρωθεν ἀφ' ἵππων ἆλτο χαμᾶζε
σκαιῇ ἔγχος ἔχων· ἑτέρηφι δὲ λάζετο πέτρον
μάρμαρον ὀκριόεντα τόν οἱ περὶ χεὶρ ἐκάλυψεν,
ἧκε δ' ἐρεισάμενος, οὐδὲ δὴν χάζετο φωτός,
οὐδ' ἁλίωσε βέλος, βάλε δ' Ἕκτορος ἡνιοχῆα
Κεβριόνην νόθον υἱὸν ἀγακλῆος Πριάμοιο
ἵππων ἡνί' ἔχοντα μετώπιον ὀξέϊ λᾶϊ.
ἀμφοτέρας δ' ὀφρῦς σύνελεν λίθος, οὐδέ οἱ ἔσχεν

ὀστέον, ὀφθαλμοὶ δὲ χαμαὶ πέσον ἐν κονίῃσιν
αὐτοῦ πρόσθε ποδῶν· ὃ δ' ἄρ' ἀρνευτῆρι ἐοικὼς
κάππεσ' ἀπ' εὐεργέος δίφρου, λίπε δ' ὀστέα θυμός.
τὸν δ' ἐπικερτομέων προσέφης Πατρόκλεες ἱππεῦ·
ὢ πόποι ἦ μάλ' ἐλαφρὸς ἀνήρ, ὡς ῥεῖα κυβιστᾷ.
εἰ δή που καὶ πόντῳ ἐν ἰχθυόεντι γένοιτο,
πολλοὺς ἂν κορέσειεν ἀνὴρ ὅδε τήθεα διφῶν
νηὸς ἀποθρῴσκων, εἰ καὶ δυσπέμφελος εἴη,
ὡς νῦν ἐν πεδίῳ ἐξ ἵππων ῥεῖα κυβιστᾷ.
ἦ ῥα καὶ ἐν Τρώεσσι κυβιστητῆρες ἔασιν.


Disse; e di nuovo il Dio nel travaglioso
conflitto si confuse. In sé riscosso
Ettore al franco Cebrïon fe' cenno
di sferzargli i destrieri alla battaglia:
ed Apollo per mezzo ai combattenti
scorrendo occulto seminava intanto
tra gli Achei lo scompiglio e la paura,
e fea vincenti col lor duce i Teucri.
Sdegnoso Ettorre di ferir sul volgo
de' nemici, spingea solo in Patròclo
i gagliardi cavalli, e ad incontrarlo
diè il Tessalo dal cocchio un salto in terra
coll'asta nella manca, e colla dritta
un macigno afferrò aspro che tutto
empiagli il pugno, e lo scagliò di forza.
Fallì la mira il colpo, ma d'un pelo;
né però vano uscì, ché nella fronte
l'ettòreo auriga Cebrïon percosse,
tutto al governo delle briglie intento,
Cebrïon che nascea del re troiano
valoroso bastardo. Il sasso acuto
l'un ciglio e l'altro sgretolò, né l'osso
sostenerlo poteo. Divelti al piede
gli schizzâr gli occhi nella sabbia, ed esso,
qual suole il notator, fece cadendo
dal carro un tòmo, e l'agghiacciò la morte.
E tu, Patròclo, con amari accenti
lo schernisti così: Davvero è snello
questo Troiano: ve' ve' come ei tombola
con leggiadria! Se in pelago pescoso
capitasse costui, certo saprebbe
saltando in mar, foss'anche in gran fortuna,
dallo scoglio spiccar conchiglie e ricci
da saziarne molte epe: sì lesto
saltò pur or dal carro a capo in giuso.
Oh gli eccellenti notator che ha Troia!


Partendo dalla citazione del passo dell'Iliade, parrebbe che né Greci né Latini usassero i radicali *baph e *fud, quelli cioè di baqÚj e profundus per indicare i primi immersori subacquei, poiché i termini individuati sottolineano prima di tutto il motus sub undas, vale a dire i verbi ¢rneÚw e kubist£w e la derivazione latina urinator. ¢rneut»r diventa in latino urinator ; il verbo base è ¢rneÚw che significa saltello, balzo, salto, m’immergo, mi tuffo ed è attestato in Licofrone nel significato di saltare (Alessandra, 465 “Profferì una preghiera ben ascoltata facendo saltellare sulle sue braccia la piccioletta aquila”) e sprofondare (Alessandra ,1103 ma sprofonderà sotto il caldo coperchio del tino e col cervello spruzzerà la caldaia”). ¢rneut»r è attestato con l’accezione di saltimbanco nel Mimiambo VIII di Eronda al verso 42 e come sommozzatore sia in Omero che in Arato, nei Fenomeni al verso 656.


KubisthtÁrej deriva da kubist£w il verbo della cubista, di colei che salta e balla a capo fitto, facendo capitomboli e capriole; a indicare la posizione di chi s’incurva per slanciarsi; la radice è appunto quella che si trova nell’aggettivo kufÒj che in latino diventa gibbus e in italiano gobbo. In sanscrito kubhanyuh vuol dire appunto “danzante”; Omero usa il verbo più volte per indicare il movimento del salto, con riferimento ai pesci: „cqÚej kat¦ kal¦ ∙šeqra kub…stwn, “i pesci saltavano nelle belle correnti” si legge in Iliade XXI, 354; Platone, Convivio, 190 riporta oƒ kubistîntej e„j ÑrqÕn t¦ skšlh periferÒmenoi kubistîsi kÚklw “i saltimbanchi a gambe levate danzano in cerchio”.

Vi è un altro verbo che frequentemente indica in greco antico l’immergersi, ed è dÚw, attestato in Omero, Iliade, XVIII 140: Teti sollecita le sorelle marine con queste parole: Øme‹j mšn nàn dàte qal£sshj eÙrša kÒlpon, “voi immergetevi nel largo seno del mare”. La radice indica comunque omnicomprensivamente l’idea del finire sotto e rendersi invisibili agli occhi altrui, usata com’è anche per il tramonto del sole e per l’idea di morte; questo concetto della sparizione alla vista altrui corrobora nell’idea dell’esperienza subacquea di Scillia, il quale dovette sparire per lungo tempo alla vista dei Persiani immergendosi in acqua, come narra Erodoto nelle Storie al libro VIII capitolo 8, indicandolo come dÚthj: “Durante tale operazione Scillia di Scione (era il miglior palombaro di allora), arruolato fra le loro truppe e nel naufragio del Pelio aveva salvato ai Persiani molte ricchezze e di molte si era personalmente appropriato) aveva intenzione, già da tempo, di passare ai Greci, ma non ne aveva avuto mai occasione fino a quel momento. In che modo sia poi giunto fra i Greci non sono in grado di dirlo con certezza; ma sarebbe stupefacente se fosse vero ciò che si racconta e cioè che si sia tuffato in mare ad Afete, per riemergere solo all'Artemisio, dopo aver attraversato sott'acqua qualcosa come ottanta stadi! Su quest'uomo circolano anche vari aneddoti che hanno l'aria di essere falsi e qualche altro che è vero; nel nostro caso mi si consenta l'opinione che sia giunto all'Artemisio su di una barca. Appena arrivato, subito riferì agli strateghi notizie sul naufragio e sul periplo delle navi intorno all'Eubea.”

Altra radice immersiva ritroviamo in Tucidide, 4, 26 laddove si parla di kolumbhta…, sommozzatori che avrebbero portato aiuto agli Spartani durante l’assedio di Pilo trascinando con sé degli otri sotto la superficie dell’acqua: ”Vi entravano ancora dei palombari in direzione del porto, tirando con una corda degli otri contenenti papavero melato e linseme gramolato; cosa che all’inizio restò nascosta, ma poi furono messe le guardie: insomma s'ingegnavano dopo tutto gli uni di portar viveri, gli altri di scoprirlo.” Il termine si ritrova anche in Platone Protagora 350: "Sai chi sono quelli che con audacia si gettano nei pozzi (e„j t¦ fršata kolumbîsin)?" "Sì, i palombari (oƒ kolumbhta…) "."Lo fanno poiché sono capaci o per qualche altro motivo?" "Perché sono capaci". Mentre Eschilo, Supplici, 408 usa il termine kolumbht» r: “Il pensare profondo che è salvezza, l’occhio terso (che il vino non offusca) del palombaro quando s’inabissa (kolumbhtÁroj ™j buqÕn mole‹n) ”. Proprio quest’ultimo termine reperibile in Eschilo, buqÕj. l’abisso, ci fornisce un’affinità radicale con l’oggetto primario della nostra ricerca (tÕ b£qoj) riferito com’è comunque sempre ad un’idea di fondo presente e omnicomprensivamente misurabile, poiché i tragici lo usano in maniera assoluta per indicare il fondo del mare (stšnei buqÒj, “geme l’abisso marino” dice Eschilo nel Prometeo, 432).

Ad ogni buon conto tra tutte queste radici, l’unica che pare documentatamente indicare l’idea dell’immersione nel senso dello sparire alla vista è quella del verbo dÚw, significativamente usata anche per il tramonto degli astri e della vita umana. Le altre, kubist£w, ¢rneÚw, kolumb£w, paiono radicali che indugiano più sulla cinesi, sul movimento dell’immersore ovvero del tuffatore tout court.

Come già accennato il termine ¢rneut»r diventa in latino urinator con l’epentesi della i tra la liquida-vibrante e la nasale. Dell’etimologia del vocabolo parla Varrone (De Lingua latina, V, 7, 126): urinari est mergi in aquam, Varrone spiega che anche le urnae, le brocche per l’acqua, rimontano etimologicamente ad urinari perché vengono riempite immergendole nell’acqua (De Lingua Latina V, 126). Secondo la vulgata infatti acqua era originariamente reso in latino con il termine urina. Secondo un’altra ipotesi invece il nome di urinatores deriverebbe dall’aumento notevole della diuresi da parte dei sommozzatori a seguito dell’esposizione costante allo stress fisiologico dovuto all’apnea, come scientificamente provato dalla scienza medica.

Plinio (Naturalis Historia, II, 234) dice che i sommozzatori usavano dell’olio per migliorare la visibilità: s’immergevano tenendo in bocca una quantità d’olio che poi emettevano, una volta in apnea, per agevolare la visione sott’acqua (omne oleo tranquillari et ob id urinatores ore spargere quoniam mitiget naturam asperam lucemque deportet). A proposito degli animali acquatici più pericolosi per l’uomo sempre nella Naturalis Historia IX, 91 così si esprime a proposito dei polpi: Praeterea negat ullum atrocius esse animal ad conficiendum hominem in aqua. Luctatur enim conplexu et sorbet acetabulis ac numeroso suctu diu trahit, cum in naufragos urinantesve impetum cepit. “Inoltre nega ci sia animale più tremendo per uccidere un uomo in acqua. Infatti, quando ha assalito dei naufraghi o dei subacquei lotta stringendoli e con le sue ventose li succhia e a lungo li aspira con numerosi succhiamenti” Il verbo urino ovvero urinor è attestato sia nella forma attiva che in quella deponente in Varrone, Cicerone e Plinio.

Anche Livio Ab urbe condita XLIV, 10 usa il termine urinatores nel riferire un episodio della guerra contro Perseo di Macedonia nel 168°.C.; il re, terrorizzato dall’arrivo dei Romani, dette ordine di gettare in mare tutti i tesori reali di Pella, ma poi, essendosi pentito, ne dispose il ripescaggio, ingaggiando dei sommozzatori che poi fece uccidere per eliminare ogni testimone superstite di quel suo ordine così insensato: “Perseus tandem pavore eo, quo attonitus fuerat, recepto animo malle imperiis suis non obtemperatum esse, cum trepidans gazam in mare deici Pellae, Thessalonicae navalia iusserat incendi. Andronicus Thessalonicam missus traxerat tempus, id ipsum, quod accidit, paenitentiae relinquens locum. Incautior Nicias Pellae proiciendo pecuniae partem, quae fuerat Phacum; sed in re emendabili visus lapsus esse, quod per urinatores omnis ferme extracta est. Tantusque pudor regi pavoris eius fuit, ut urinatores clam interfici iusserit deinde Andronicum quoque et Nician, ne quis tam dementis imperii conscius existeret”, “Perseo, ripresosi una buona volta dal terrore che ne aveva paralizzato l'azione, avrebbe voluto che non si fosse data esecuzione all'ordine, impartito in un momento di debolezza, di gettare in mare il suo tesoro a Pella, e a Tessalonica di incendiar l'arsenale. Andronico, inviato a Tessalonica, aveva cercato di guadagnar tempo, proprio con l'intenzione di lasciare al re la possibilità di ripensarci, come di fatto avvenne. Più precipitoso fu Nicia a Pella nel far getto di una parte del denaro che era custodito nei pressi di Faco; ma sembrò incorso in colpa facilmente rimediabile, perché quasi tutto fu ripescato ad opera di sommozzatori. E il re provò tanta vergogna di quel suo panico, da far uccidere nascostamente i sommozzatori e poi anche Andronico e Nicia, perché non sopravvivesse più alcuno che fosse a parte di quel suo ordine pazzesco.”

Altra terminologia per indicare la professione di chi s’immerge in acqua non è riscontrabile in latino, poiché vocaboli come natator o nantes debbono intendersi riferiti alla semplice attitudine al nuoto e non alla subacquea.

Il latino quindi circoscrive quell’attitudine esclusivamente al termine urinator, laddove il greco presenta un’apparente poliedricità lessicale, anche se, per quanto si è avuto modo di esaminare, soltanto il termine usato da Erodoto, dÚthj, configura nella situazione di Scillia l’abilità immersiva del natante.

Come accennato in apertura della sezione dedicata al mestiere del subacqueo nell’antichità, ad ogni buon conto, né l’una né l’altra lingua adottano le radici di baqÚj e profundus per indicare il mestiere dell’immersore professionista; la valenza fascinosa e misterica di entrambe ne sconsigliava l’utilizzo per un approccio all’elemento idrico che presupponesse dimestichezza e routinarietà.



Concludo con una citazione di un inno all'acqua tratto dal libro di Guglielmo Campione,"Il lungo cammino del fulmine ", 2015,2016




ACQUA



Dalle fontane ancora zampilli

con lussurioso arabo spreco



Paradiso e Oasi



Impluvium

fu la tua stanza nelle case

e nelle terme



e per la purificazione

in nuvoloso vapore

ti liberasti negli Hammam



Omnia Munda Mundi



Alla purificazione

con lingue di fuoco

offristi il battesimo

con l’acqua rugginosa del Giordano



la morte dell’io

l’apertura al sè

e l’uomo nuovo



Tu



Luna



signora delle acque

dei cicli

e dei ritmi soggettivi



Tu



Calice

Gral

Vaso



che nella tua essenza

il vuoto

ispiri a coltivare fluidità.

Tu



Gange

che insegnasti a Siddharta

il “Panta Rei “ di Eraclito



Voi



Vortici

Flussi

Gorghi

Onde

zig zag



che diventaste lettere

e scrittura

ed ornamento di vasi e di tappeti

Voi



alte e basse maree



Tu



Atlantide



Tu



Sacro Nilo d’Africa

che conducevi

nel mondo di Osiride



Voi



fiumi



Tu Stige



Tu Caron Dimonio



Thalassa



Tu



Mare Nostrum



Amnios



Voi



Abissi

che ancora terrorizzate gli umani



Voi



Pesci

doppiezza e incoerenza



Voi



plutoniani

scorpioni magnetici

di sesso o di morte



Tu



cancro

acqua

luna

cervello

raziocinio

mutevolezza .



Tu

Profonda



le tue correnti non appaiono in superficie

la tua vita

è nascosta allo sguardo .



Tu

Profonda



il tuo mondo nascosto

narra di miti e sorprese



Tu



sempre adattabile e ricettiva

scorri sempre verso il basso

e prendi tutto quello che trovi

Senza argini ti disperdi

porti la vita

dove vai

nasce qualcosa



Tu



Imprevedibile

Illogica

esplodi in una creatività inaspettata.



Tue sono

l'intuizione e l'istinto



Tua è il sesso



Tuoi

Sangue

Linfa

citoplasma



A Te

appartengono le profonde emozioni

e come Fiumi Carsici

scorrono, appaiono in superficie ma poi scompaiono



Come i corsi d'acqua

tendono a incontrarsi

a riunirsi

a crescere insieme

così

Tu

tendi ai legami



Tu

trasparenza



Tu

acqua scura di morte

Pioggia

Risaia

Fiume

lago



Tu



flagello di Dio

arrabbiato e punitivo



Tu



Femmina e luna



Tu

Nord



Tu



Freddo

crei acqua in cielo

e acqua sulla terra



Tu



rene e ossa

orecchie



Tu

colore nero e sapore salato



Tu

emozione della paura

e suono dei gemiti




Bibliografia 

Guglielmo Campione,"Il lungo cammino del fulmine ", ed. ILMIOLIBRO gruppo Espresso Repubblica 2015,2016 

Guglielmo Campione, Immergersi nella Mente , Immergersi nel Mare, Ed.Mediaterraneum, 2015
Riccardo Bernardini ,Jung a Eranos: Il progetto della psicologia complessa” (Ed. Franco Angeli - Milano, 2011)

Mario Perniola . ”La rivalutazione della nozione di “profondità”, in Riccardo Bernardini ,Jung a Eranos: Il progetto della psicologia complessa” (Ed. Franco Angeli - Milano, 2011)

Franco Rendich”Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee” 

Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee

Quinto Orazio Flacco Horatius Sermones, I, 5,33-36

Mario Ramous , Orazio ”Le opere”- Garzanti, 1988

Plinio (Naturalis Historia, II, 234)

Varrone, ”De Re Rustica”, I, 50

E. Saglio, “Dictionnaire des Antiquitès Grecques et Romaines”

Trebellio Pollione,’Historia Augusta

Virgilio ,Eneide

Omero, Iliade

Il setting nel processo analitico di Stella Morgese: Terza parte.

Link a questo post
Sul setting in azione



Quale interazione tra setting e modificazione delle funzioni di pensiero della mente del paziente? Questa è la domanda su cui ruota l’articolazione del processo analitico.

Cosa sia meglio o cosa sia peggio introdurre o sottrarre, sostituire o modificare, valorizzare o sminuire, agire o verbalizzare nel setting, per curare, ha animato le pagine della bibliografia mondiale. L’attenzione si sposta dagli strumenti al loro uso ed al loro meccanismo di azione.

Freud attribuiva alla comprensione intellettuale del materiale inconscio che trapela da libere associazioni, sogni, transfert ed alla loro interpretazione con l’aiuto dell’analista, l’elemento facilitante il superamento delle resistenze del paziente e la loro ripetitività. Questa attività, secondo Freud, elicitata dal ricordare rivivendo in seduta, gratifica la pulsione al pari della azione disfunzionale pulsionale, che di converso si riduce. La conoscenza che ne deriva attraverso le parole dell’analista, è però insufficiente se accanto alla componente cognitiva, aggiunse prudentemente Freud, non vi fosse la componente affettiva nuova fonte di forza del processo analitico perché si verifichi un transfert positivo: quello che fa pendere il piatto della bilancia, piuttosto che l’argomentazione logica dell’insight.

L’attaccamento, come oggi lo si intende, e come sia Freud che Strachey intesero sottolineare con la funzione di esperienza ristrutturante ed integrante in se stessa, venne respinta nella Conferenza di Edimburgo del 1961, come già menzionato, in favore della interpretazione cognitiva come maggiore fattore di cura. Gitelson all’epoca, aveva proposto due tempi nel setting: una fase preliminare diatrofica, iniziale, in cui lo strumento relazionale potesse introdurre una psicoanalisi vera e propria con lo strumento interpretativo.

Garma fu paladino della ricerca della verità della interpretazione nel setting, come accesso al senso simbolico latente, ribadendo la opportunità di un atteggiamento costante del terapeuta, insieme alla Heimann.

Eppure solo pochi mesi prima della fatidica Conferenza, Leo Stone(1961) aveva pubblicato un volume sulla situazione psicoanalitica con considerazioni ancora più radicali di Gitelson. E’ altrettanto noto che il fondamentalismo nel rigore sulla applicazione della interpretazione come unica via di cura nel setting riconoscesse più ragioni sociologiche che medico-scientifiche. Paradossalmente, la psicoanalisi che si proponeva di scendere nelle viscere del nucleo emozionale del paziente, si ancorava all’immagine di una tecnica visibile, elevandola ad unico meccanismo di azione terapeutica, per garantire solidità al prestigio della neonata materia, escludendo proprio il rapporto emotivo dalla rispettabilità della tecnica.

Bettelheim, dall’America, rese note nel 1982 le sue considerazioni sulle vicende suddette. Era uno degli ultimi testimoni diretti delle analisi di Freud, umane e poco freudiane, e cosi si espresse a proposito: l’analisi ha perso l’anima!

La estremizzazione della tecnica interpretativa così rigidamente osservata, si dimostrò col senno di poi, aver creato danni iatrogeni.(Migone,1989)

Eissler aveva provocato, con la sua critica aspra alla esperienza emozionale correttiva, una battuta d’arresto alle indicazioni misconosciute o strumentalizzate di Freud e riprese da Strachey, valorizzate successivamente da Winnicott nella sua applicazione su pazienti complessi.

L’iniziale lavoro psicoanalitico procedeva nel buio del linguaggio interpretativo del simbolo, tra le capacità narrative del paziente di trasferire immagini mnemoniche e le abilità dell’analista di restituire loro il contesto storico passato, riattualizzato nel tranfert.

Torna qui utile la puntualizzazione della valenza del setting nella sua modalità di azione simbolica, dove la inibizione alla motricità col paziente sdraiato o accomodato, ha il senso della costrizione al pensiero piuttosto che all’azione; la deprivazione sensitiva visiva verso l’interlocutore viene adoperata come pungolo alla capacità di rappresentazione mentale; la rappresentazione mentale dell’analista, raffigurata solo da interventi verbali come leva alla trasformazione delle immagini in lessico; la assenza virtuale dell’analista dalla vista e dal contatto che rimanda all’abbandono e così via.

Il setting diventa quadro di riferimento della interpretazione.

Codignola così si esprime sulla interpretazione nel setting:

Si tratta di tutte quelle cose che costituiscono materialmente la situazione dell’analisi, e sono indispensabili al suo esistere; esse hanno determinate funzioni nell’interpretazione (come punto di riferimento); ma soprattutto, in quanto tali, sono escluse dall’attività analitica vera e propria, cioè dall’interpretazione. Non sono cioè cose interpretabili; e questo è l’unico connotato che definisce in modo esclusivo gli elementi del setting. Essi sono trattati come fatti extra-analitici.

Il lavoro così condotto trova ostacolo nelle capacità di simbolizzazione del paziente o dove la stessa simbolizzazione può risultare traumatica per incapacità riflessiva: lo stesso ritmo di presenza-assenza delle sedute può creare in alcuni pazienti un vissuto di perdita o di intrusione, per esempio, compromettendo la possibilità di condivisione del setting per restare fedeli al metodo.( Etchegoyen ,1986)

Dove la metapsicologia classica si scontra con la clinica, si manifesta il progressivo disimpegno dal rimosso-ritorno del rimosso, con la modalità interpretativa esclusiva sul manifestarsi dell’inconscio, alla angoscia-difesa con la modalità relazionale contenitiva ponendo in gioco la mente dell’analista nella sua soggettività.

Sulla soggettività dell’analista nella revisione di Gill sui criteri del setting, grazie anche agli influssi della teoria interpersonale di Sullivan, si legge che il transfert presentato dal paziente con quell’analista, non sia altro che uno tra le possibilità, essendo sollecitato dal comportamento dell’analista allo scopo di poter interpretare la realtà. In questa ottica si modificano i criteri intrinseci, per cui:

· Il rapporto tra analisi del transfert e neutralità presunta dell’analista si storicizza nel presente della relazione tra paziente ed analista e non come rappresentazione di un passato di esclusiva pertinenza del paziente, pertanto la neutralità crolla come concetto e l’analista si rende partecipe attivamente della comprensione del sentire del paziente ricorrendo al chiarimento con domande, piuttosto che nella osservanza del silenzio. Decade la neutralità emotiva dell’analista come specchio e la neutralità dell’ambiente soggetto alla interpretazione del paziente sotto le motivazioni patogene o del transfert stesso. (Weiss, 1999).

· La induzione di una nevrosi di transfert con la desiderata infantilizzazione del paziente è rivista come pericolosamente manipolatoria quanto inutile nell’aggiungersi al disagio proprio del paziente, ed andrebbe gestita come manifestazione attuale legata alle libere associazioni dipendenti dal setting e nella relazione col terapeuta.

· Contrariamente ai suoi primi convincimenti , Gill vede nella esperienza interpersonale la modalità di cura dell’analista, cui si aggiungono abilità interpretative.

Laplance e Pontalis, nella loro Enciclopedia della psicoanalisi (1993) ridefiniscono i contorni della modalità neutrale come

[…]una delle qualità che definiscono l’atteggiamento dell’analista nella cura. L’analista deve essere neutro quanto ai valori religiosi, morali e sociali, cioè non deve dirigere la cura in funzione di un qualsiasi ideale e deve astenersi da qualsiasi consiglio; neutro nei confronti delle manifestazioni di transfert, il che viene espresso abitualmente con la formula “non entrare nel gioco del paziente”; neutro infine, quanto al discorso dell’analizzato, cioè non deve privilegiare a priori, in base a pregiudizi teorici, un certo frammento o un certo tipo di significato.

Ciò non significa insensibile freddezza chirurgica, come Menninger aveva precisato nel 1973. Freud a questo riguardo era sempre rimasto indeciso tra la freddezza del chirurgo come sterile superficie speculare e l’atteggiamento umano con cui Egli stesso caratterizzò alcuni trattamenti.(Semi,1997)

L’ambivalenza di Freud sul criterio della neutralità si estende alle vicissitudini storiche della psicoanalisi su questo tema. La teoria delle relazioni oggettuali invoca un rapporto autentico dell’analista che aiuti il paziente ad evolvere ed in questa direzione l’applicazione pedissequa della tecnica sostenuta dalla teoria è insufficiente se non corredata da abilità della personalità del terapeuta che entri nella relazione con disponibilità personale.(Semi, 1997).

Progressivamente si abbandona la tecnica di base in favore della prospettiva relazionale per cui il setting si struttura come risultato di una negoziazione dei reciproci bisogni tra paziente ed analista.

Mitchell così si esprime:

Non esiste una tecnica o una soluzione generale, poiché ciascuna soluzione deve essere adattata al soggetto. Se il paziente sente che l’analista sta applicando una tecnica o mostra un atteggiamento o una posizione generica, l’analisi probabilmente non otterrà risultati.

Il concetto di osservazione partecipe di Sullivan è riassuntivo di questo genere di orientamento in cui l’analista pur essendo soggettivamente e personalmente coinvolto mantiene la sua neutralità oggettiva come strumento professionale.

Pine giunge alla conclusione che in psicoanalisi è neccessario avvalersi di strumenti che agiscano con molteplici meccanismi di azione personalizzandoli artigianalmente sulle caratteristiche dell’analista e del paziente.(Gabbard, 1999)

Il come ogni strumento analitico esplichi la sua azione riparatrice è oggetto degli attuali studi di psycotherapy research.

Gabbard(2004) individua almeno tre tipologie di interventi possibili: strategie volte a favorire l’insight come l’interpretazione e la libera associazione, l’intervento di aiuto cognitivo come problem solving o decision making, e la possibilità di self-disclosure, considerandoli rispettivamente interventi psicoanalitici e psicoterapeutici senza doverli necessariamente isolare gli uni dagli altri.

L’analista di oggi, sostiene Gabbard, è professionista attento ai comportamenti, ai desideri e sentimenti, ai pensieri dei suoi pazienti e, nel contesto di una relazione spontanea, dovrà astenersi dal giudizio espresso anche dalla gestualità, concetti riconducibili tanto al controtranfert quanto alla neutralità ed all’astinenza come meccanismo favorente una relazione di qualità rispetto ai traumi ed ai conflitti del paziente. Allo stesso tempo ciò implica quel complesso concetto di alleanza terapeutica

che negli ultimi anni ha centralizzato l’attenzione sul funzionamento della psicoterapia.

Studi sono stati condotti sulla interpretazione che il paziente dà ai comportamenti del medico, sui processi cognitivi che sviluppano una alleanza positiva col paziente, e non pochi studi sono stati condotti sui tratti di personalità degli analisti, che instaurano relazioni positive coi loro pazienti(Lingiardi,2008)

Come si concilia, dunque, il concetto di astinenza con una relazione positiva di un setting contemporaneo fino alla self-disclosure?

Nella accezione freudiana per astinenza

Non si deve intendere la privazione di ogni soddisfazione e neanche l’astensione dai rapporti sessuali, bensì qualche cosa di diverso, che ha molto di più a che fare con la dinamica della malattia e della guarigione. La causa della malattia del nevrotico, infatti, è stata proprio una frustrazione.

Non si deve intendere la privazione di ogni soddisfazione e neanche l’astensione dai rapporti sessuali, bensì qualche cosa di diverso, che ha molto di più a che fare con la dinamica della malattia e della guarigione. La causa della malattia del nevrotico, infatti, è stata proprio una frustrazione.

Freud aveva inteso frustrare i desideri del paziente piuttosto che soddisfarli per interrompere il ciclo della coazione a ripetere proprio attraverso l’analisi del desiderio e non il loro soddisfacimento. L’astinenza fa proprio riferimento a involontarie intrusioni economiche o sessuali o di altro genere nella vita dei pazienti, mentre per anonimato è da intendersi il riserbo sulla vita e sulle esperienze personali dell’analista, per cui self-disclosure, su cui si può facilmente scivolare nell’ottica relazionale(Gabbard,1999), possono rivelarsi dannose per il paziente, contaminando la sicurezza dell’ambiente setting (Jones, 2008). Concetti di neutralità, astinenza e anonimato sono strettamente connessi alla teoria dell’azione terapeutica e conservano tuttavia il loro valore.

Il termine self-disclosure, l’auto-rivelarsi, può essere attivamente agito dall’analista come atto cosciente e deliberatamente adoperato, restando ad un passo indietro all’enactment vero e proprio. L’astinenza, dunque è attentamente vigilata o lasciata andare, senza che risulti indifferenza o enactment.

La tensione consapevole ai concetti di neutralità, astinenza e anonimato, garantisce la messa in sicurezza dell’ambiente analitico.

Il maneggiare questi strumenti analitici nella stanza del setting rende efficace l’azione del terapeuta con l’intento di riattualizzare oggetti della esperienza passata del paziente. Il nuovo oggetto transferale emergerà dal setting quando l’oggetto del tranfert sarà stato ampiamente analizzato ed interpretato (Gabbard, 1999).

Anche sul concetto di self- disclosure vi sono controversie, sulla sua opportunità ed utilità nella azione terapeutica. Weiner (1972) argomenta sulle controindicazioni in caso di presenza di un’inadeguata alleanza terapeutica o di transfert negativo. L’autore consiglia piuttosto di analizzare la richiesta di self-disclosure al fine terapeutico di utilizzare la comprensione del paziente e del suo modo di leggere il terapeuta. .
Di parere totalmente opposto è Renik (1996) che ritiene inefficace l’azione della neutralità tecnica a sostegno del self-disclosure. L’autore è convinto che l’influenza personale dell’analista

[…]è irriducibilmente soggettivo nel setting clinico… e la natura e la piena dimensione della partecipazione della psicologia individuale dell’analista nel lavoro analitico non possono essere note all’analista in ogni singolo istante della sua attività.

Renik critica il concetto di neutralità ed invita alla riflessione sulla preziosità del materiale di lavoro transfert-controtransfert, unica opportunità di vigilanza proprio sui sentimenti dell’analista che invece potrebbero passare inosservati nella indifferenza neutrale.

L’oggetto di queste diverse vedute è il confine tra la relazione psicologica terapeutica e la relazione personale emotiva. Questo limite deve poter passare attraverso l’empatia, l’introiezione e la identificazione proiettiva senza il muro del rigore e della freddezza anche alla luce delle caratteristiche diagnostiche del paziente (Gabbard, 1999).

Ciò comporta un esercizio di evitamento di violazioni ed alterazioni del setting.

Greenson(1958)descrive almeno tre tipi di alterazioni del setting individuabili in variazioni apparentemente innocenti della banale quotidianità come piccoli ritardi, recuperi, doni, strette di mano, fragorose risate e via dicendo, non ascrivibili nelle trasgressioni, ma indizio di trasformazioni; modificazioni intese come modelli rituali diversi da quello modello classico(si pensi agli adattamenti in istituzioni o con particolari difficoltà dei pazienti stessi); deviazioni, fenomeni come acting-in e acting-out ed enactment.

Al concetto di alleanza terapeutica ed al suo utilizzo fa da contaltare lo studio delle rotture e delle riparazioni nel processo terapeutico il cui valore comunicativo attiene al fallimento della azione di sintonizzazione empatica col paziente, segno di azioni interpretative negative dagli imprevedibili scenari successivi, di difficile gestione se ci si attiene alla regola classica senza scampo sulla negoziazione. Invece l’interesse alla relazione nella sua bidirezionalità, ha fornito un contributo di incontro del piano della ricerca teorica con l’attività clinica vissuta sul campo(Safran e Muran, 2006).

Mitchell, che propone un modello psicoanalitico fondato sulla intersoggetività, che si discosta dal modello classico interpretativo, si avvicina alla visione di Ferro: per gli autori la variazione del setting deve esser vista nel suo valore comunicativo dell’evento e non necessariamente come attacco difensivo da interpretare.

Tutto ciò che si muove nel set relazionale ha valore relazionale tra terapeuta e paziente e dunque ogni variazione, o modificazione o deviazione, verrà accolta come principio organizzatore della vita psichica della coppia terapeutica.

In questa dimensione, le rotture rappresentano una grande opportunità di poter modificare l’esperienza conflittuale emotiva in tempo reale col terapeuta già sacrificata in passato con le figure di riferimento per la necessità di dover proteggere quelle relazioni di dipendenza(genitori). La riparazione, come un bagno caldo empatico nel gergo di Kohut, consente al paziente di poter ridisegnare oggettivamente il vissuto soggettivo, mentre la riflessione del paziente sulle tappe degli accadimenti è strumento di riassestamento del setting stesso.

Nell’ottica della infant research di Gergely e Watson(1999) con le osservazioni condotte sui bambini, il cervello-mente sarebbe impostato fin dalla nascita alla capacità di decodifica di un feed-back proveniente dall’altro(caregiver) sul quale poter modulare comportamenti di risposta in base al milieu interno suscitato. Verosimilmente, ciò condizionerà la regolazione auto ed etero-diretta di emozioni e comportamenti da allora in poi, caratterizzando lo stile relazionale dell’individuo(Lingiardi,Bei,2008). Al modulare va il riconoscimento di una funzione superiore che attiene il pensare le emozioni, intese tanto in senso squisitamente biologico che nel senso della accezione più ampia del termine. Identificare ed esprimere le emozioni(Fonagy,2002), attraverso una scala su cui poter sostenere diversi gradi di attivazione della intensità, è abilità degli esseri viventi dotati di coscienza allo scopo di innescare reazioni adattive che preservino le esigenze di sopravvivenza dell’individuo(Damasio, 1999). Nel setting questa attività di accesso alla emozione, pensata ed interpretata, sottratta all’azione, facilita il processo noto come mentalizzazione. Fonagy intende con questo termine una serie di attività della mente che la rende capace di riflettere ed ipotizzare stati della mente(desideri, pensieri, bisogni, intuizioni, impressioni, intenzioni, emozioni) propri ed altrui, desunti dal comportamento(basti pensare ad impercettibili movimenti della mimica del volto). Questa funzione in cui sono coinvolti i mirror neuron, accede alla dimensione non-verbale della comunicazione, con implicazioni non consapevoli, pre-riflessive, che ci permette di vivere ciò che l’altro sta vivendo non in una simulazione cognitiva sulla base di ipotesi logiche od esperienziali, ma come simulazione incarnata(Gallese, 2006) dello stato mentale altrui completamente e ragionevolmente inconscia. Il giuoco di rimandi di simulazione incarnata tra terapeuta e paziente nel setting dovrebbe avere la funzione di far vedere al paziente i suoi stati mentali e della relativa possibilità di modularli. Stern(2004) parla di qualcosa in più dell’interpretazione, che mette in discussione il luogo del setting ed i suoi contenuti, dove la relazione verbale prevalente attua una deprivazione di accessi comunicativi altri.

Attualmente si assiste ad un vasto sviluppo di un’ area di ricerca in neuroscienze attraverso metodiche di neuroimaging che apre un dialogo serrato tra neuroscienze e psicoanalisi nel discorso delle emozioni e della loro cognizione( basti pensare alla concetto di inconscio rimosso vs inconscio procedurale). (Lingiardi, Bei,2008)

Concetti a ponte tra l’uno e l’altro approccio di indagine dei circuiti emotivi dell’Uomo, lascia intravvedere percorsi condivisi sia dello studio dello sviluppo(Siegel,1999) che della funzione(Schore,1997) della linea mediana del cervello umano sede della elaborazione autoriferita del Se e riproiettata in un altrove, manifesta nella relazione(Panksepp,2014).

Gabbard e Western(2003) lanciano la sfida di un futuro modello unitario sovraordinato multidisciplinare di una psicoterapia come ambiente arricchito idoneo ad agire sulle reti associative consce ed inconsce del connettoma umano che governa tanto i segreti meccanismi della creatività, quanto gli stati disfunzionali.



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Il setting nel processo analitico di Stella Morgese. Seconda parte

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                                                              Seconda parte.

           Il setting nel processo della relazione analitica




Il setting scivola nel processo coinvolgendo nello strumento terapeutico la coppia analista-analizzando.

 Entra in scena la relazione analitica.

Già nel 1938 Glover avvia una famosa inchiesta volta a verificare cosa facciano effettivamente gli psicoanalisti nel setting. Il risultato di quella indagine rivela che nonostante le dichiarazioni in favore dell’atteggiamento analitico neutrale, dell’astensione, del silenzio e delle restanti prescrizioni intrinseche ed estrinseche(Gill,1984), in realtà vengono applicate nel setting una serie di deroghe, come contatti telefonici ed epistolari coi pazienti, la introduzione della dimensione giocosa e così via(sia pure con riluttanza e non nella accezione del parametro della tecnica).

Eissler(1953) introduce per primo questo concetto per cercare di disciplinare in qualche modo le costanti variazioni della tecnica classica, definita dall’autore come modello di tecnica di base(basic model technique).

Essa risulta efficace per un Io che tollera la frustrazione della pura interpretazione, quale quello dei pazienti nevrotici, ma si manifesta inidonea nel momento in cui si lavora con pazienti difficili che hanno una struttura deficitaria e sono bisognosi di rassicurazioni, consigli, modificazioni della posizione, che non trovano spazio in una applicazione rigida ed esclusiva della interpretazione.

Da ciò scaturisce la questione della differenziazione tra psicoanalisi e psicoterapia: per ottenere un reale cambiamento dell’Io, sostiene Eissler, non bisogna incorrere nel rischio del sequestro di materiale non analizzato proprio a causa della variazione del setting col parametro, senza un adeguato approfondimento dell’insight. Il parametro secondo Eissler, si rende strumento temporaneo al superamento di una impasse, per cui rimosso l’ostacolo, il parametro diventa esso stesso oggetto di esame interpretativo.

Secondo Eissler si definisce psicoterapia quella attività terapeutica con introduzione di parametri non eliminati, e dunque elementi stabili del setting, non analizzati.

La rassicurazione o il suggerimento comportamentale, dona al paziente un intuitivo ed evidente effetto benefico, ma ha lo svantaggio di non raggiungere un obbiettivo più potente e duraturo desiderato, attraverso l’introiezione del benessere ottenuto. La psicoterapia, così intesa, non raggiunge per l’autore lo scopo della psicoanalisi: ossia, le modificazioni strutturali dell’Io .

In realtà, il setting andava adeguandosi alle esigenze del benessere di un paziente di più ampio respiro, sempre più complesso, meno elitario, nella sua ambivalente funzione di scena psicoanalitica e/o psicoterapeutica.

Autori come Gill mettono in discussione il modello della tecnica di base di Eissler fondato sulla analisi classica. Gill sottolinea che la pretenziosità di un unico tipo di setting utile alla rivelazione di un tranfert più puro di altri nell’ambito del processo psicoanalitico, si scontra con la stessa evidenza che il transfert risulta specifico di ogni paziente che a sua volta caratterizza il setting stesso. Pertanto, le posizioni successive di Gill (1984), ben si inserirono all’interno della tradizione interpersonale o relazionale in psicoanalisi.

A Gill (1984) va il merito di aver sistematizzato le regole del setting, definendo i criteri intrinseci e quelli estrinseci della psicoanalisi, corrispondenti a quelli che Leo Stone, chiamò rispettivamente funzionali e formali(1954), includendo nei criteri intrinseci i riferimenti teorici della tecnica, e nei criteri estrinseci gli aspetti descrittivi della tecnica stessa come strumenti di lavoro.

A proposito dei criteri intrinseci della psicoanalisi, si può riassumere la sistematizzazione di Gill(1954)nella centralità dell’analisi del transfert, nella neutralità dell’analista, utilità della induzione di una nevrosi di transfert regressiva e quindi nella interpretazione come strumento risolutivo la nevrosi transferale regressiva. Nei criteri estrinseci Gill includeva la trattazione di temi come la frequenza delle sedute, di cui a tutt’oggi non vi sono dimostrazioni scientifiche sul numero ottimale correlato al risultato, ma la cui silente continuità è di per se strumento del concetto di setting di valore epistemologico; inoltre, l’uso del lettino, che raggiunge lo strumentario del setting attuale: leggendario è l’uso che Freud fece del lettino in senso controtransferale, di difesa personale dagli sguardi dei suoi pazienti per otto ore al giorno e non ne fece mistero, sebbene non applicò regolarmente il criterio con tutti i suoi pazienti (l’Uomo dei lupi). In realtà, Gill pur restando fedele alla analisi classica lascia aperta e flessibile la questione dei criteri estrinseci.

Questi stessi criteri subirono più tardi ulteriore revisione a seguito della inclusione di setting in strutture pubbliche e con terapie brevi su pazienti con sindromi complesse(Bolko, Merini 1988). La necessità del rimaneggiamento dei concetti che Gill pubblica nel 1984, segue alla revisione teorica della analisi del transfert in una prospettiva relazionale del setting come l’evoluzione dei tempi indica, con inclusione di trattamenti in strutture pubbliche e con più ampio bacino di patologia.

Dunque, anche sulla interpretazione come fattore curativo nel setting e sul suo concetto si sono ugualmente avvicendate sorti alterne. L’interpretazione esce dalla Conferenza di Edimburgo, di cui si è fatta menzione, come concetto forte nel senso di verità della interpretazione.

A parere di Migone, oggi si rischia una tendenza inversa alle posizioni rigide prese ad Edimburgo, in favore di un setting empatico e felice dove il rapporto ed il calore umano diventa unico fattore di cura (Migone,2002).

La direzione impressa da Ida Macalpine fin dal 1950, infatti, nonostante la Conferenza di Edimburgo, lascia la sua impronta sulla psicoanalisi che […]pone e mantiene l’analizzando in un setting infantile, sia ambientale che emotivo e l’analizzando si adatta gradualmente a esso regredendo e sviluppando una nevrosi di tranfert(Del Corno, 1989).

Si precorrono concetti di regolazione reciproca (si veda l’Infant research degli anni Settanta) della relazione madre-bambino applicata al setting: ci sarebbero comportamenti strategici consci e inconsci ( volti a provocare, inibire, modulare o rafforzare esperienze emotive) che rimangono costanti per il resto della vita la cui conoscenza può essere utilmente applicabile nella azione analitica(Gazzillo, Lingiardi,2014).

Da allora in poi cambia la riflessione sul valore ed il ruolo del setting : Paula Heimann negli anni Cinquanta, col suo articolo Sul controtransfert(1950) viene considerata analista che aggiunge un ulteriore tassello di conoscenza del processo analitico. Persino le risposte dell’analista che rompe il silenzio ed interviene emotivamente sul set, perde il significato dominante di violazione da conflitto irrisolto dell’analista stesso, per trasformarsi in elemento di conoscenza del processo. L’analista non è più uno specchio appeso sulla parete di fronte al paziente su cui riflettere la archeologia mnemonica o riverberare luce nelle catacombe delle resistenze, ma interprete emotivamente ed attivamente coinvolto nel processo.

Ritrovano spazio nel setting, come detto, concetti di holding e di area transizionale di Winnicott, e di contenitore e contenuto di Bion.

Winnicott si esprime con queste parole nel 1971:
"La psicoterapia si fa nella sovrapposizione di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. Se il terapeuta non sa giocare, allora non è adatto a questo lavoro. Se il paziente non sa giocare bisogna fare qualcosa per metterlo in condizione di poter giocare, dopo di che la psicoterapia può cominciare".

Nel giuoco delle parti, il fluttuare si fa dell’atteggiamento analitico che oscilla insieme al processo tra transfert e controtransfert nel tempo del processo.

Il progresso nella conoscenza del vissuto del paziente passa proprio attraverso l’attenzione alla individuazione di queste trasformazioni. Il setting materiale, garante stabile che non ha possibilità di interferire, permette un distillato della relazione nella osservazione delle oscillazioni tranfert-controtranfert. In ciò l’ipotesi nella visione di Codignola(1977).

Il setting esterno, la cornice di lavoro, diventa punto di riferimento del setting interno, esperienza e conoscenze teoriche, dell’analista(Del Corno).

In tempi più recenti, la fissità della cornice trova in Semi (1997) una riproposizione, per cui per l’autore il setting costituisce quell’assetto relazionale analitico che l’analista deve assumere e conservare per tutta la durata del trattamento: è la condizione fondamentale e insostituibile perché si possa fare psicoanalisi.
La condizione suddetta[…]serve a consentire al paziente di realizzare esperienze che abbiano relazione con il proprio inconscio, con la propria infanzia, con i propri conflitti (Di Chiara ,1971).

Lo stesso Di Chiara(1977) riflette poi sul rapporto tra paziente e setting. Secondo l’autore il paziente mette in atto difese specifiche attraverso un vero e proprio esercizio di pressione sull’analista atto a modificare il setting stesso perché esso meglio si accomodi al soddisfacimento delle proprie fantasie. Inizialmente il setting è vissuto dal paziente come una situazione esterna, si potrebbe dire stravagante, e quindi la fissità del cerimoniale aiuta a cogliere le oscillazioni come anche in tutte quelle condizioni di conflitto della coppia terapeutica. La riconosciuta bi-direzionalità tranfert-controtranfert ridisegna complessivamente il significato del setting negli ultimi decenni: esso opera attraverso il potere trasformante delle emozioni inconsce di entrambi, analista ed analizzando, ponendo sempre più in primo piano l’interesse per l’azione terapeutica della relazione piuttosto che dei movimenti esclusivi del paziente. L’inconscio dell’analista carico delle sue stesse istanze biografiche di personalità eccede il processo analitico stesso invece di essere ad esso subordinato.

Schafer(1983) fa notare che negli analisti può farsi largo un bisogno narcisistico di star bene con l’altro a seguito di vissuti di deprivazione e solitudine, depressione ed allo stesso tempo di grandiosità nelle cure analitiche. L’analista per Schafer corre il rischio di interpretare una figura benevola, non istintuale, riparatrice. L’autore sentenzia che(Del Corno,1989)[…] Per tutti questi motivi e per altri ancora, può accadere che per l’analista diventi troppo importante mantenere la pace resistendo all’analisi della resistenza. La scena analitica, di conseguenza, può essere tranquilla ma molto confusa. E’ un caso di collusione. Bisogna essere in due per confondere le acque.

La criticità del setting passa, dunque, attraverso la complessità delle emozioni relazionali bidirezionali e la sua area spazio-temporale deve potersi prestare a renderle pensabili. La psicoanalisi si orienta progressivamente dalla focalizzazione sul setting alla centralità della relazione, dall’individuo alla coppia che interagisce, nella logica della modalità affettiva per condurre l’individuo-soggetto-persona fino alla creatività primaria di Winnicott.

La Infant Research, è innegabile, dà una spinta significativa all’atteggiamento nel setting, che caratterizza come un’onda sotterranea trasversale le diverse correnti psicoanalitiche fino ad oggi, a partire dallo stesso Ferenczi, passando attraverso la analisi interpersonale di Sullivan fino alla psicologia del Sé di Kohut, dissidente storico della ortodossia americana, ed allo stesso tempo protagonista del successo della empatia come metodo di cura nel setting della ferita narcisistica cronica, iatrogena ortodossa, si potrebbe aggiungere, inferta dagli psicoanalisti americani fedeli alla interpretazione tout court.

Una sorta di ricorso storico è quello del dibattito Kohut-Kernberg sul ruolo curativo relazionale empatico delle personalità narcisistiche, sovrapponibile a quello di Gitelson nella citata Conferenza.

Ricerche fatte da Leff(1988) ed Hooney(1985) sulla schizofrenia, mettono in luce il valore terapeutico di concetti di attaccamento e della identificazione col terapeuta piuttosto che il lavoro di insight.

L’isolamento di una tecnica pura depurata del fattore umano è puramente teorica secondo Gunderson (1988). La pretesa separazione teorica della diade” attaccamento-comprensione”, è impraticabile nella evidenza clinica e dunque sulla scena del setting dove invece i due termini appaiono strettamente congiunti .

Nella più recente ricerca scientifica, sia attinente il processo nel setting che l’esito terapeutico(Luborsky,1984), vi è che l’alleanza terapeutica correla col risultato positivo per il raggiungimento dello scopo.(Migone,1989)

L’alleanza è una componente fondamentale del setting, presupposto di esperienze di transfert e di identificazioni col terapeuta che possono mutare l’esperienza del vissuto patogenico del paziente. L’alleanza terapeutica, dunque, fatta della fiducia della coppia terapeutica verso uno scopo correla positivamente col risultato. Meissner identifica le componenti principali della alleanza terapeutica nella empatia, responsabilità, autorità, libertà, fiducia, autonomia, iniziativa ed etica.

Far conscio l’inconscio, coi limiti del significato, era stata l’indicazione di Freud(Freud, L’inconscio) e resta ancora oggi una indiscussa eredità compresa tra i fattori curativi della psicoanalisi, i cui meccanismi di azione nel processo del setting, alla stregua di un farmaco etiologico, sono stati e sono oggetto di una messe prolifica di concettualizzazioni, mostrando di volta in volta nuove proprietà o effetti collaterali. L’aforisma, che riassume il fare esperienza di transfert nel setting, chiarito attraverso l’interpretazione, conserva cionondimeno la promessa di liberazione dalla dimensione maledetta della ripetizione traumatica, radicalizzandola a proprio vantaggio od addirittura trasformandola insieme all’analista, che si lascia usare emotivamente nella sua soggettività sul set della relazionalità, nella visione contemporanea.