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La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.

FUNZIONE PATERNA , PSICOANALISI E PEDAGOGIA di Guglielmo Campione




 “Se mai puo esistere una comunita puo essere soltanto una comunita  in cui:  tutto è   interdipendente , nessuno da solo è padrone  del proprio destino,il controllo puo essere ottenuto solo collettivamente, è intessuta di comune e reciproco interesse , è responsabile , e garantisce il pari diritto di agire ed essere considerati come essere umani.”  

Zygmut Baumann

Questo contributo intende analizzare la funzione paterna alla luce dei contributi della psicoanalisi e della pedagogia clinica in quel particolare contesto pedagogico terapeutico che è la comunita terapeutica.

Trattando la nostra esperienza di comunita terapeutica maschile per tossicomani proporrò una lettura del bisogno della funzione paterna come figura iniziatrice ai principi della regola, del limite, del confine ma anche della capacità di relativizzare, discernere, e saper realizzare il desiderio oltre che della sua importanza ai fini dell’introduzione nella relazione del terzo, del gruppo e quindi , del sociale.

L’EVOLUZIONE DELLE COMUNITA TERAPEUTICHE PER TOSSICOMANI DAL MODELLO PEDAGOGICO COMPORTAMENTISTA AL MODELLO PEDAGOGICO PSICOANALITICO .

La comunita terapeutica è un dispositivo terapeutico e pedagogico , fondamentale nell’evoluzione della terapia e riabilitazione dei disturbi mentali nella seconda meta del XX secolo .

La prima moderna formulazione del concetto di Comunita Terapeutica è stata formulata da Ton Main nel 1946 : “Comunità è un gruppo di persone che si trovavano a vivere insieme con la complessità di dinamiche che ciò implicava a diversi livelli. Terapeutica significa essere un luogo transitorio di cura e cambiamento .(…) “Essa è un tentativo di utilizzare l'istituzione non come un'organizzazione condotta da medici che vogliono realizzarsi al meglio da un punto di vista tecnico, ma come una comunità il cui scopo immediato è la piena partecipazione di tutti i suoi membri alla vita quotidiana, mentre l'obiettivo finale è la reintegrazione dell'individuo nella vita sociale”.

Etimologicamente il termine deriva dal latino Communitas : più persone che vivono in comune sotto certe leggi, doveri, compiti.

Secondo E.Pedriali, uno degli studiosi italiani più attenti al nostro tema purtroppo recentemente scomparso, i meriti storici del concetto di Comunita terapeutica sono stati tre : aver messo in primo piano il valore della gruppalità e svelarne il potenziale terapeutico, aver definito una concezione di equipe come strumento di comprensione dell’universo frammentato del paziente , aver sottolineato come la condivisione della quotidianita permette di trovare risposte ai bisogni dei pazienti mediando tra realtà interna ed esterna.
La comunita terapeutica è stato e resta un  “luogo” di incontri importanti tra persone ma anche fra modelli ermeneutici e operativi , come quello fra psicoanalisi e pedagogia, psicoanalisi e medicina , psicoanalisi e psichiatria, psicoanalisi e psicologia , psicoanalisi e Arte nella sua declinazione riabilitativo-espressiva.

Come ho sottolineato in altri lavori (G.Campione, 2007) la storia del rapporto della psicoanalisi con le tossicomanie ricalca per certi
versi la storia non facile dei rapporti fra psicoanalisi e pedagogia  e quella dei rapporti fra psicoanalisi e religione cattolica . In Italia le comunità per dipendenti hanno attraversato un lungo periodo di sperimentazione condotto prevalentemente seguendo un modello comportamentale : da una parte secondo il modello Americano (l’esperienza fondative di Carl Ederick delle comunita per tossicomani di Synanon Ocean Park in California del 1958 e di quella di Daniel Casriel di Daytop lodge) originatosi dalle prassi gruppali degli Alcolisti anonimi , programma dei 12 passi ecc. e dall’altra secondo prassi pedagogiche comportamentali di stampo cattolico più recentemente confluite nel modello epistemologico di tipo sistemico familiare.
Le comunità terapeutiche per dipendenti,  hanno viaggiato sin dal momento della loro nascita, su un binario parallelo non condividendo con le comunita psichiatriche storia e modelli epistemologici. (G.Campione, 2007)
Lo sviluppo italiano di una cultura della valutazione pichiatrico-psicodiagnostica delle dipendenze da una parte e l’incidenza crescente di casi di gravi tossicomanie di marca psicotica dall’altra ha però da circa 15 anni messo il modello pedagogico comportamentale delle Comunita in scacco , inaugurando un nuovo e più fecondo periodo di  riflessione su prassi e modelli sin lì in uso.
Si è così assistito ad una prima storica differenziazione , frutto di una maggiore consapevolezza di sè : comunita pedagogico riabilitative,comunita terapeutiche e Comunità per doppia diagnosi .
La comunità per doppia diagnosi che ospita pazienti dell’area narcisistico-psicotica è stata ,a mio parere , l’occasione storica per l’incontro con le radici psicoanalitiche del modello comunitario.
La comunità condivide, quindi, con la psicoanalisi ed in particolare con la psicoanalisi di gruppo e sociale un’ inestricabile relazione fondativa ,storica, teorica e clinica :apre alla gruppalità, apre al “terzo”, introduce la categoria del sostegno alla crescita e alla differenziazione .
L’idea di comunità terapeutica nasce infatti,storicamente, in Inghilterra alla fine della seconda Guerra Mondiale  da un particolare ripensamento sull’organizzazione di un reparto tradizionale di Psichiatrìa Militare del Northfield Hospital ad opera di W.R.Bion .
Secondo questi autori  in Inghilterra si sono distinte importanti esperienze come quella  dell’Henderson Hospital di  Maxwel Jones, delle comunità  per adolescenti di Winnicott, della Tavistock clinic, in Francia l’esperienza francese di Racamier alla Comunita La Villette ,quella di Sassolas a Ville Urbane e quella di Olivenstein del Centre Marmottain di Parigi .In Italia sono state storicamente importanti le esperienze Italiane dell'Ospedale di Giorno di Palazzo Boldù a Venezia , quelle di Basaglia a Trieste, di Fabrizio Napolitani , prima in   Svizzera a“Villa Landegg” e poi alla “Comunità Terapeutica “di Roma”, l’esperienza storica di Villa Serena e la Comunità Omega a Milano. A queste aggiungerei l’esperienza di Eugenio Gaburri all’ospedale di Varese, le esperienze di Zapparoli e Charmet, l’esperienza di Marco Sarno e Francesco Comelli   al reparto ospedaliero di Psichiatrìa di Cinisello ,Milano.
La comunità è stato il luogo dove è nata e si è sviluppata la cultura dell’indagine sull’Istituzione e le sue dinamiche emotive e sociali , i suoi rischi , le sue opportunità  lungo l’asse di Ricerca individuo- gruppo-famiglia-società.fino alla nascita del concetto chiave di Istituzione totale. e alle sua analisi da parte di autori centrali come Foucault, Gofmann e F.Basaglia : un’istituzione la cui caratteristica principale è quella di impossessarsi del tempo dei suoi partecipanti prefiggendosi come unico scopo quello della sua esclusiva sopravvivenza, allontanandosi dallo scopo che, ab initio, si era prefissa e per il quale era nata
In una definizione più moderna Correale (1999) ha descritto l’istituzione come un grande campo emotivo in cui, da una parte, si intrecciano fantasie, desideri, paure, sistemi difensivi contro l’angoscia e la frammentazione, sospetti, attacchi, e, dall’altra, si cerca di perpetuare e confermare se stessa attraverso l’autoreferenza e l’autoconferma .
La comunita è stato anche il “Luogo” dove si è sviluppata la cultura psicoanalitica clinica sulla famiglia, storicamente ancor prima che Gregory Bateson e Margaret Mead elaborassero i principi ecologico- relazionali sulla base dei quali nascerà la scuola sistemica.
La comunita è infine un luogo elettivo di riflessione sull’abitare e condividere lo Spazio in condizioni di sofferenza secondo coordinate  psicoanaliticamente fondate (realtà esterna e realtà interna, mondo interno e mondo esterno, spazio interno e spazio esterno) .
E’ quindi un’ occasione d’incontro tra le Culture della cura (la  psicoanalisi fra queste) e le culture dello Spazio (l’ architettura tra queste).

IL MODELLO PEDAGOGICO TRADIZIONALE DELLE COMUNITÀ  E I CONTRIBUTI INNOVATIVI DEL MODELLO PSICOANALITICO .

La pedagogia, nonostante sia passato un secolo dalle prime, rivoluzionarie scoperte di Freud sul funzionamento della psiche, continua in gran parte a prescindere dalle acquisizioni introdotte dalla psicoanalisi e a servirsi di modelli cognitivi in cui il rapporto fra emozione e pensiero è completamente ignorato e manca a tutt’oggi un'ipotesi complessiva che tenga conto significativamente della presenza dell'Inconscio in tutte le sue molteplici forme d’espressione. Concetti cruciali relativi alla distinzione necessaria fra sensazioni, emozioni e pensieri, oppure alla conflittualità insita nella relazione mente-corpo o ancora al modo con cui la mente si libera delle frustrazioni, evacuandole o negandole, dovrebbero far parte del bagaglio culturale di ogni educatore così come un atteggiamento di ascolto verso “tutti” i contenuti emotivi, interamente scevro da giudizi moralistici dovrebbe aiutare il paziente ad avere attenzione e rispetto per i propri e gli altrui pensieri. L'obiettivo, naturalmente, non è quello di sovvertire le regole delle diverse funzioni di terapeuta e di educatore. Piuttosto è forte la convinzione che una migliore conoscenza della realtà psichica possa consentire a quest’ultimo di svolgere al meglio la sua attività, senza per altro sconfinare in campi differenti ed inadeguati alla propria competenza ed al contesto in cui opera, proprio come un insegnante di educazione fisica può trarre vantaggio da una conoscenza approfondita del corpo umano, senza per questo sentirsi né in diritto né in dovere di fare il medico. (Ginzburg, 1996)
La cultura psicoanalitica, come si sa, è piuttosto diffusa nei centri che si occupano di salute mentale per quanto non sempre con la sufficiente chiarezza dei compiti, dei limiti, dei metodi, delle condizioni del setting. Questo vale in particolar modo, a mio parere, nel caso dei centri pedagogico-riabilitativi, specie se di impostazione religiosa, dove spesso la cultura psicoanalitica fatica ad affermarsi. D’altro canto è noto che la dottrina cattolica esclude l’esistenza di una dimensione inconscia e mitica privilegiando il primato dell’intelletto, della volontà e della morale. (E.Drewerman, Psicoanalisi e teologìa morale , Psicologia del profonda ed Esegesi ).
In un recente saggio Ancona (2006), psichiatra e psicoanalista cattolico in  una delle sue ultime opere  intitolata “Il debito della chiesa alla psicoanalisi” (2006) ha raccontato la complessa storia dei rapporti tra Chiesa cattolica e Psicoanalisi: «All’inizio fu guerra guerreggiata e ciò senza risparmio di colpi; da ambedue le parti si parlava di morte, un evento che ciascuno auspicava per l’altra. Poi gradualmente, per il venir meno dei rispettivi fondamentalismi, le opposte posizioni cominciarono a smussarsi. L’antropologia cristiana e quella religiosa rimasero certo in contraddizione, ma subentrò fra loro un certo distacco, un ignoramento reciproco e venne col tempo l’apprezzamento di singoli aspetti del campo avverso; si avviò così uno scambio fra psicoanalisti e credenti, portando ad un incontro che oggi è andato molto avanti. Il pensiero di Matte Blanco, in particolare, ha, di fatto, provato la conciliabilità dell’apparentemente inconciliabile così come la gruppoanalisi di Foulkes ha permesso di vedere la sovrapponibilità dell’antropologìa analitica con quella propria della Chiesa. Al punto di rendere oggi possibile il riconoscimento che la Chiesa istituzionale indipendentemente dal merito della sua realtà mistica, deve molto alla Psicoanalisi: le è debitrice!».
La diffusione della cultura psicoanalitica ad opera delle università e delle scuole di specializzazione in psicoterapia ha consentito più recentemente il suo diffondersi, al di là delle più o meno rigide impostazioni ideologiche degli enti riabilitativi, attraverso la figura professionale dello psicologo e dello psichiatra un tempo assai rara.
Lo snodo storico fondamentale di questo processo è stato – come si è detto- quello della cosiddetta doppia diagnosi (gravi tossicomanie psichiatriche ): progressivamente si è diffusa la consapevolezza della natura psicopatologica dei comportamenti da dipendenza e questo ha convinto anche gli enti di cura a carattere pedagogico più recalcitranti a dotarsi di psicologi e psichiatri. È successo quindi che gli interventi psicoanalitici hanno potuto ugualmente fecondare e arricchire la cultura di queste istituzioni, anche se non apertamente e programmaticamente , ma -come spesso succede- “al chiuso” delle riunioni d’équipe.
Questo processo ha favorevolmente posto le basi per una ripresa del confronto con i fondamenti storico-scientifici delle comunità terapeutiche, nate durante la seconda guerra mondiale nell’ambito della psichiatria psicoanalitica in Inghilterra ad opera di Bion ,  Foulkes ,Main e Jones .
L’affrontare il rapporto con il paziente tossicomane con psicopatologia associata ha comportato necessariamente il passaggio da un’impostazione tradizionale di tipo pedagogico-comportamentale, che forse aveva anche funzionato con tossicomani-eroinomani di tipo nevrotico, ad un’impostazione di tipo clinico-medico-psico-pedagogico più adatta ai nuovi tossicomani, sempre più spesso borderline, narcisisti patologici, antisociali, paranoidei, con sempre più frequenti disturbi del sé. Questo passaggio non poteva, a mio parere che avvenire nell’integrazione delle conoscenze diagnostiche e dei trattamenti in un’ottica complementare individuale-familiare, e con un atteggiamento di apertura al confronto delle conoscenze scientifiche.

LA  CRITICA PSICOANALITICA ALL’IMPOSTAZIONE  SUPER-EGOICA DELLE COMUNITÀ PEDAGOGICHE.

Una delle critiche della psicoanalisi all’impostazione tradizionale superegoica delle comunità terapeutiche era -ed è ancora - infatti questa: se il disturbo consiste, a livelli profondi dell’essere, in un ritiro narcisistico dalle relazioni, puntare sul super-io non ha senso. L’impostazione supergoica può condurre ad una pseudo-individuazione, ad un esito sul piano del conformismo, sul piano dell’iperadattamento più che ad una vera cura personale, o, come si dice, ad un reale trattamento individualizzato. Dal punto di vista della psicoanalisi il nucleo del disturbo, come s’è visto, è un narcisismo mortifero, con conseguente assenza del valore morale della sollecitudine verso l’altro da sé. L’incapacità di molti di questi pazienti di concepire l’Altro, di avere una relazione affettiva con l’altro, e la chiusura in un godimento autarchico in cui l’altro non è più controllabile in modo onnipotente, certo non possono essere affrontate solo censurando e rimproverando. Questo mi sembra un importante punto d’incontro tra pedagogìa e psicoanalisi .
Come diceva Mitchell (1995) “ Si ritiene che oggi molti pazienti soffrano non di passioni infantili conflittuali trasformabili con la ragione e la comprensione, ma di uno sviluppo personale stentato. La psicopatologia moderna può essere oggi definita non in termini conflittuali, ma dalla povertà dell’esperienza del paziente. Spesso il problema del paziente è quello di riuscire a reinvestire di affetto e di significato l’altro da sé, uscendo dallo stato timoroso di rifugio in cui permane. Il paziente ha bisogno di una rivitalizzazione ed espansione della capacità di generare un’esperienza reale, significativa e valida (...). Ciò che gli occorre è essere visto, coinvolto personalmente e fondamentalmente apprezzato e accudito nella possibilità di scoprire ed esplorare giocosamente la propria soggettività e immaginazione”.

LO STATO ATTUALE: DAL RIMEDIO PER TUTTI I MALI ALL’INTERVENTO SU SOGGETTI SELEZIONATI IN ALCUNE FASI DEL TRATTAMENTO.

Per anni la comunita terapeutica è stata vita e proposta come una “strategia assoluta “ una panacea contro tutti i mali , buona per tutte le stagioni.
Oggi si inizia a riflettere sulla necessità di transitare da un organizzazione ideologica ad un’ organizzazione clinica che preveda il trattamento come un processo articolato in fasi diverse  da affrontare con tecniche diverse e propedeutiche (G.Campione, 2009).
Secondo Enrico Pedriali la Comunità Terapeutica, ha attualmente due possibilità: o la sua cultura riuscirà ad esprimere una flessibilità che le consenta di affrontare esigenze diversificate (e allora occorrerà abbandonare la pretesa fedeltà ad una malintesa ortodossia) o diversamente dovrà rinunciare a proporsi come metodo idoneo ad una larga parte di patologia (segnatamente la patologia psicotica grave): in ogni caso si dovrà abbandonare l'illusione di un setting comunitario proponibile per tutte le tipologie d'utenza
Dopo decenni di sperimentazioni e improvvisazioni ,nella situazione attuale si è giunti ad una sufficiente conoscenza teorico clinica del dispositivo comunitario per poter definire i fattori predittivi della sua efficacia o inefficacia terapeutica : secondo Correale essi sono legati alla possibilità di elaborare  il lutto del distacco dalla famiglia prima di entrare e al grado soggettivo di stabilità o frammentarietà del sè  mentre i fattori terapeutici sono da individuare nel condivisione della quotidianità, nella rete di relazioni, nel sentimento di appartenenza e nella  possibilità   di attivazioni di emozioni e scene psichicamente significative.

LA FUNZIONE PATERNA IN COMUNITA TERAPEUTICA AGLI ESORDI : BION TRA PSICHIATRIA E PEDAGOGIA MILITARE.

All’Hollymour hospital di Northfield Bion è un leader che svolge una funzione paterna in modo nuovo per essere sia un medico psichiatra che un ufficiale : spariglia le aspettative di ordine , disciplina,regola, comando,ubbidienza. Ne individua anzi le dinamiche intrinseche che conducono ad una passivizzazione dell’individuo . Per questo propone invece una condivisione e un coinvolgimento gruppale assolutamente nuovo per l’epoca e per il contesto militare: introduce la socialità , l’assunzione di responsabilità nel farsi venire idee sul come risolvere i problemi invece che attender.e che qualcun altro li risolva , bion non impone , piu maieuticamente lascia che il gruppo si auto organizzi e si coalizzi contro il nemico comune del caos, della passività regressiva e depressiva dei soldati.

Le alte sfere militari lo accuseranno di tenere più a lente analisi che al reinserimento nelle truppe attive al fronte mentre i colleghi che lo seguiranno ,fra questi Foulkes,lo criticheranno per aver usato troppe metafore militari nel suo lavoro.

In un originalissimo e stimolante recente contributo G.foresti e Rossi Monti hanno connesso dal punto di vita della posizione paterna la nascita del concetto di purgatorio e la comunita terapeutica .
Jacques Le Goff nel 1981scrive che la nascita del Purgatorio avviene dopo il 1170 come  luogo per la purificazione – purgazione dell’anima -locus purgatorius- come dimensione INTERMEDIA tra la salvazione e l’ eterna perdizione.
Il padre del purgatorio è Agostino di Ippona: uomo nord africano ricco e gaudente in gioventù che si converte al cristianesimo e ragiona sulle conseguenze delle azioni in vita augurandosi che il giudizio divino sia misericordioso e rimetta a noi i nostri debiti.In un secondo periodo sotto la spinta delle invasioni barbariche e delle sette eraticali e dei misericordes (i lassisti dell’al di là  ) Agostino organizza la sua primitiva idea : esistono quattro tipi di uomini crimina, facinora,flagitia,scelera ,Giusti,martiri e santi,Non valde boni Non valde mali.
Per costoro soprattutto per i primi esiste una prova (tolerabilior damnatio )grazie all’azione di un “ignem purgatorium” che apporta sofferenze superiori ai dolori terreni ma temporanee (dalla morte al giudizio universale)
Da qui parti il concetto d’indulgenza e la pratica decadente del mercato delle indulgenze.(accusa di simonìa) contro cui si scagliano lutero e calvino.

La colpa, la grazia,la penitenze e il perdono, il paterno e il materno occupano un ruolo importante nel fondare (Weber) lo spirito protestante del capitalismo e la divaricazione antropologica tra nuovo e vecchio continente, sud e nord del mondo.

    Bion e Agostino abbracciano una posizione pedagogica paterna severa –responsabilizzante.
Bion diceva ai soldati : non potete comportarvi come bambini (Posizione perdoniste e Regressione) che rivendicano assistenza illimitata e indulgenza dall’istituzione curante.
Agostino diceva ai cristiani: non potete pensare di fare quel che volete tanto poi tutto vi verra perdonato.
Bion concepiva il lavoro all’Hollymour come una prosecuzione della guerra militare su quella del fronte dell’io nel conflitto salute malattia ai fini della guerra contro il nazismo.Dare un luogo alla crisi che non ha potuto avere luogo (catarsi) perche il soggetto si ri-definisca interiormente e socialmente ri-mettendosi in gioco.
Per Agostino dare un luogo allo spirito(spazializzazione del pensiero-purgatoro- struttura intermedia) è faccenda delicata perche si tratta di trovare un luogo fisico a faccende interiori imprevedibili , instabili,inquiete, tragicamente umane
Come diceva Pascal: posso approvare solo coloro che cercano gemendo, né chi loda né chi biasima.

LA CRESCITA,IL BISOGNO DI INIZIAZIONE: IL RUOLO DEL PATERNO .


Come Racamier e Zoia, autori di diversa estrazione psicoanalitica hanno sottolineato, nascere non basta, bisogna far vivere.
L’adolescenza maschile e l’uso degli stati alterati di coscienza da droghe  potrebbe risentire  dell'assenza di figure e di riti di iniziazione che accompagnino verso l'età adulta ed essere, quindi, intesa come una modalità inefficace di dare soddisfazione a tale bisogno .Essa testimonia l’ assenza di funzione paterna positiva che operi l'iniziazione e lo svincolo e la presenza  di componenti materne arcaiche distruttive.
Come sottolinea Scaglia il compito affidato all’adolescenza è la scoperta dell’altro, inteso sia come soggetto esterno che come parte di sé .
All'ingresso nella adolescenza,infatti, l'individuo si scopre altro da come si era pensato.
Il suo compito è andare verso questa trasformazione in  un altro.
L'uso di sostanze psicoattive è  motivato da un’inconsapevole intenzione verso la profondità di sé.
Esso sembra parlare di ricerca di limiti e interiorità.
 L'attrazione per aspetti ‘infernali abissali ’ del mondo è una manifestazione del bisogno di fare i conti con parti di sé temibili ed inesplorate.
Ma al contempo ha aspetti potenzialmente positivi: perchè può  condurre ad una riorganizzazione dei rapporti con aspetti interni e ad un tentativo di convivenza pacifica con essi .
In questa attrazione per ciò che è altro e marginale, è probabile che l'individuo adolescente metta gli occhi su
certe marginalità quali le compagnie in cui si usano sostanze, quelle disadattate caratterizzate da devianze, quelle dei
quartieri periferici degradati, o quelle dei tossicodipendenti.
Il bisogno di iniziazione muove dalla percezione di una propria incompiutezza e le sostanze sono spesso percepite da chi le usa in
maniera dipendente, come il modo di fare fronte a tale incompiutezza.

LA FUNZIONE  RELATIVIZZANTE, METAFORICA, ANTILETTERALE DEL PADRE .

Il contatto con il marginale e l'inferno interiore ha bisogno per essere un occasione di crescita e non di autodistruzione di una modalità maschile paterna e non di una modalità abbracciante sacrificale e simbiotica .
Se bisogna scendere nell'inferno negli abissi, poi bisogna potere risalirvi.
Questa è una operazione che contempla la sapienza dei confini e delle soglie e quindi la capacità di procedere per differenze.
Infatti  procedere attraverso i concetti materni improntati alla identità, origina la tragedia:  essere della stessa sostanza del luogo (infernale) che nutre la propria esperienza è l'origine della indistinguibilità dal luogo e della impossibilità di uscirne.
La percezione basata sulla identità è  materna perché modellata sull’esperienza primaria della nutrizione: tu sei il latte che ti do, tu cresci perché io mi do a te e tu esisti in quanto me.
Su questo modello importantissimo, che permette l’esperienza di fusionalità che da origine al sentimento oceanico e all’esperienza dell’amore e dell’orgasmo, si basa la sopravvivenza nei primi mesi di vita.
Questo modello è distruttivo  però,se utilizzato fuori da questo ambito in là con gli anni.
L’oblatività incondizionata, abbracciante, non mette in discussione le caratteristiche del luogo dove si trova perché le considera in modo assoluto.
Il modo maschile adulto è  relativizzante invece che totalizzante:  le caratteristiche del luogo sono quelle possibili per quel luogo lì ma anche e proprio per questo sono trasformabili.: c’è una maggiore progettualità.

Se io sono nel problema ma sono distinto da esso potrò uscirne , resistere, attraversare ma non fermarmi.

Il modo materno è materia che nutre .
Il modo maschile guarda ad altro si riferisce ad altro , ad una terzietà che apre al gruppo e al sociale.

PADRI VIOLENTI E FRAGILI CHE  DOMINANO O ABBANDONANO MA NON ‘INIZIANO’.

Se l'uso di sostanze,  è legato ad un bisogno trasformativo attraverso un iniziazione, è anche  l'adesione ad una modalità inefficace soddisfare il bisogno di iniziazione. per il mancato raggiungimento di una identità valida .
Si  cerca di segnalare  che è mutato o sta mutando lo status interiore ma si vorrebbe che qualcuno ascoltasse e vedesse questo in modo da farlo diventare un cambiamento sociale.

In realtà  manca una autorità esterna agli iniziandi, da loro accettata come una guida  che, con l'autorevolezza dell'avere già attraversato quella fase, certifichi l’iniziazione. . Manca una figura paterna, autorevole, stimolante, ma che protegge , segnala i limiti, contiene, e cerca di mettere insieme aspetti diversi .
Anzi tale figura viene combattuta e distrutta.
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LA QUESTIONE DEL RISCHIO E DEI CONFINI

Il valicare i confini, il trovarsi 'dall'altra parte' è un aspetto dell'esplorazione dei confini simbolicamente maschile.

In questa esplorazione, prendono consistenza i compiti del maschile di conoscenza dell'esterno, di ricerca creativa di forme nuove, di dimestichezza con il pericolo, di preparazione alla funzione di responsabilità verso un nucleo di individui e di protezione di un confine.

La trasgressione è la capacità di verificare la norma sconfinando .

Essere creativi è opposta, se non avversaria, alla materna conservazione del contenuto.

Si comprende l’attrazione maschile per i territori non ordinati e la disponibilità adolescenziale al conflitto con l’autorità: la funzione maschile-paterna è quella di disporre le regole.
Esse devono essere smontate per acquisire la capacità di costruirle.

In realtà l’attrazione per i luoghi senza regole nasconde la  vocazione a imporre regole .

Nell’evoluzione c’è sempre caos nella fase di passaggio.
Nella tossicodipendenza, ci si  è bloccato nella fase di caos :  il  disperante abbandono di ogni regola.
I tossicodipendenti non sanno a chi riferirsi per configurare quelle nuove: continuano a impiegare energie senza potere trovare nuove regole una più evoluta identità.

Il 'finire nei guai' è forse un metodo maschile per apprendere il mondo.

Il padre  comunica però orgoglio per ciò che è contenuto all'interno dei propri confini, e permette di vedere le possibili conseguenze negative delle situazioni di pericolo sul  valore del soggetto (essere divorato e distrutto).

Perseguirà il rischio in maniera non fine a se stessa ma connessa alla costituzione di una identità che sa affrontare le difficoltà.

Il fatto che un individuo assuma il punto di vista femminile relativamente allo sperimentarsi in situazioni rischiose, può dipendere dal suo ambiente familiare: può essere che abbia trovato disponibili solo costrutti femminili perché quelli paterni erano fortemente criticati o non proposti.

La tossicodipendenza ma anche le condotte a rischio evidenzia l’assenza di paternità: il contatto con il rischio è slegato da un progetto.

Inizialmente, il rischio e sofferenza vengono vissuti come 'piacere' perché essi sono percepiti come promessa di una identità
Nel procedere dell’abitudine, diviene evidente che nessuna identità prenderà forma.

Inoltre, le restrizioni imposte da un protratto stile di vita rischioso mutano la sofferenza da eroica a depressiva.

 A questo punto la persona inizia a sentire che le cose non stanno andando bene.
Il malessere che prova diviene una barriera che oscura il futuro.
Qui entra in gioco una difficoltà decisiva.
L'individuo non riesce a fare il passo in grado di attribuire alla condizione di sofferenza il significato di ponte, di tramite per un' altra condizione.
Mentre all’inizio del percorso di dipendenza, il disagio è messo tra parentesi dalla condizione euforica, successivamente esso diventa il responsabile della caduta progettuale.
La tossicodipendenza non è in grado di immaginare la soglia, il varco e il passaggio. ci si sente in un vicolo cieco, non in una strada che termina contro un gradino che si potrebbe salire o contro una soglia da valicare.

La verticalità che permette di guardare al di sopra delle cose e di contestualizzarle è una modalità dello stare al mondo che il figlio conosce tramite l'esempio del padre.
L’orizzontalità invece impedisce di allargare la visuale oltre la condizione in cui si è immersi.
Nella tossicodipendenza è impossibile pensare: “Sono in questo pasticcio perché, per raggiungere la mia meta, devo passare per la situazione in cui sono e superarla”.

Il concepire un oltre nessun mediatore -il padre l'ha mai presentato e, quindi manca l'esperienza del limite e quindi anche quella dello spingersi oltre.
L’assenza e la nostalgia del padre prende forma attraverso ciò che è originato dalla mancata esperienza dei limiti: guai con la legge, ricerca di condizioni ‘forti’, legami con contesti di malavita, ecc.

IL SUPER IO  ARCAICO  E IL GENITORE UNICO .

Un super io arcaico rappresenta l'autorità che la tossicodipendenza rispetta nella sua versione negativa: modi fagocitanti annullanti dietro la promessa dell’accudimento totale.
Nel mondo tossicodipendente, l'autorità non ha caratteristiche paterne.
Essa, infatti, non è stimolante, integrante e accudente. Essa non ha compassione delle debolezze e non sostiene il tentativo che ogni persona fa per liberarsene e rendersene autonoma. L'autorità che qui troviamo è sonnifera, suscitatrice di invidia e di paura di essere abbandonato. Il super io arcaico è totalizzante nel suo sadico giudizio : sei tutto sbagliato non hai sbagliato quella cosa lì. La differenza tra relativizzare e totalizzare .
Oppure la debolezza è solamente consolata senza rilancio prospettico legando per sempre il consolato alla consolatrice.
Come viene percepita la debolezza e come si tenta il suo superamento è questione decisiva:
Un padre insegna la ferita, la sconfitta la separazione ma anche la relativizzazione e il discernimento : ferito non vuol dire morto, ci si puo rialzare, tante cicatrici tanto onore ,l’introduzione di uno spessore di una tridimensionalità .

 L’ambiente tossicodipendente è caratterizzato da una avidità ed un consumismo esasperati e dà sostanza all’immagine di una umanità di uguali tutti attaccati a poppare quanto più è possibile e con l’occhio torvo a controllare che il vicino non succhi di più. Nella tossicodipendenza si constata comunemente l'illusorietà delle immagini di abbondanza: nell'assenza di un accompagnatore/iniziatore maschile, la sofferenza e il disorientamento alle prese con esperienze limite.
Il femminile autenticamente nutriente è scomparso. Il maschile che aiuta è assente.
Occorre una decisione equilibratrice che dia dinamismo alla situazione bloccata (e che introduca un certo relativismo): occorre che una componente maschile ristabilisca l'ordine.
La capacità maschile di concepire le condizioni negative (infere) come necessarie ad un progetto  di crescita e autonomizzazione


IL MASCHILE IN COMUNITA TRAPEUTICA


Come sottolinea Scaglia il nostro paesaggio attuale non possiede più molti spazi selvatici, poiché quasi tutto il territorio è coltivato e antropizzato. Nella nostra epoca, le zone di confine tra metropoli e campagna, cioè, le periferie urbane degradate, rappresentano bene l’extraterritorialità. Esse non hanno l'estetica pregiata del centro città e sono estranee alla razionalità della campagna produttiva modellata sul funzionamento dei mezzi agricoli. Tali ambienti si candidano a rappresentare gli scenari della iniziazione, così come un tempo il bosco selvatico costituiva un luogo adeguato per la marginalità rituale perché era inteso come luogo non ordinato e abbandonato dalle regole umane.

La comunità , non a caso, è situata quasi sempre in campagna: condivide l’essere uno spazio fuori che ricorda la marginalità concreta dei luoghi (fuori dalla città) nei quali avvenivano le iniziazioni ma non è più il bosco selvatico . Si è isolati, si fanno esperienze forti che ricordano le esperienze forti che si hanno in una iniziazione; il fiorire di ideologie, l'aumentata capacità di teorizzare e l'attitudine ad elaborare concezioni del mondo ricordano l'apprendimento delle teorie del mondo e la comunicazione dei segreti propri della tribù di appartenenza che avvenivano durante l'iniziazione.
Le città (H.Bech) sono infatti ormai luoghi in cui ci muoviamo come forsennati in una mutevole folla di estranei che si incrociano senza sosta e che mostrano di volata la loro facciata ,unica cosa che si puo notare in uno spazio cosi affollato.  Ci sono ben poche possibilità di capire cosa c’è dietro la superficie  e siamo costretti a troncare ogni conoscenza prima che vada oltre la superficie ?
Questi erano i compiti  rituali dell’ iniziazione di cui permangono nella nostra cultura la il battesimo  e la cresima cristiana  , il servizio militare e l’addio al celibato o nubilato: a parte questi i riti non esistono più nella nostra cultura, ma non è venuta meno la loro necessità.
Nell'adolescenza, l'individuo, in modo automatico e 'istintivo', cerchi un rito di iniziazione e un iniziatore. Perché  il processo di diventare altro, ha bisogno di accompagnamento e protezione.
Inoltre, è necessario che tale processo si completi assumendo la forma di rito, perché solo all'interno di questa cornice è possibile dare conto della sacralità del suo punto di arrivo: il senso della propria identità.
L'iniziazione guida l'individuo a raggiungere  il suo nuovo status e lo fa socialmente in gruppo : questo certifica e testimonia di fronte a tutti  che l’iniziato è un uomo  nuovo che condivide regole sociali e per questo puo appartenere alla comunita del mondo  .

Qualunque trattamento della tossicodipendenza maschile richiede attenzione ai temi della paternità-maschilità. Esso è, infatti, influenzato dalla assenza dei costrutti paterni come anche dalla intenzione di mantenere lontana una funzione paterna.

Dal punto di vista della presenza o assenza di un familiare simbolico iniziatore e del conflitto tra la colpa, la grazia,la penitenze e il perdono, il paterno e il materno possiamo distinguere nel patrimonio contemporaneo comunita progetto e comunita deposito o comunita di vita .
Le prime caratterizzate da posizioni paterne evolute attivanti – responsabilizzanti  ma al contempo materno ricettive non giudicanti  in cui si lavora sulla riattivazione del gruppo primario ,  in cui si considerano i transfert relazionali e si realizzano esperienze relazionali  positive,correttiva (Alexander,1946) tramite esposizione a situazioni emotive che non è riuscito in passato ad affrontare.
Il gruppo e’, dunque,  il dispositivo metodologico fondamentale nell’ambito comunitario (Di Maria, Lo Verso,1995)

Le seconde ,in cui non si considerano i transfert relazionali., e che dunque funzionano soprattutto come strutture difensive che contengono senza riconnettere , spesso quindi funzionanti come deposito di parti scisse . Questa seconda caratteristica crea il vissuto di comunità contenitiva totalizzante che nutre e
non fa desiderare di esserne fuori in una specie di prevalenza del registro femminile arcaico . Ma queste modalità di trattamento della tossicodipendenze e di organizzazione delle strutture deputate alla loro cura che non introducano la priorità della differenziazione e della limitazione sono destinate al fallimento come il dare l'aiuto incondizionatamente senza chiedere nulla in cambio , oppure, il proporre trattamenti senza tempo o senza considerazione per la motivazione del soggetto,delle sue effettive potenzialità e dei suoi limiti . Tale modalità porta alla progressiva collusione dell'organizzazione e dei suoi membri con le tematiche tossicomaniche.

L’operatore di comunità   – come dice Charmet- posto com’è sulla scivolosa sponda tra il familiare simbolico e il familiare reale ,è sempre sull’orlo di una crisi di nervi ,parodiando il titolo di un famoso film di Almodovar,ma  a mio parere la comunita è uno dei laboratori sociali all'interno dei quali è possibile capire più che in qualsiasi altro luogo .
Da questo punto di vista concordo con  Charmet  quando afferma che la Comunità Terapeutica non guarisce, ma mette nelle condizioni ineguagliabili di riuscire a capire bene il funzionamento del soggetto .
Penso che la possibilità di capire e di farsi capire meglio che altrove dipenda proprio dal dormire, mangiare, decidere assieme,le migliori condizioni per poter ricostruire al proprio interno le scissioni e le proiezioni del paziente . Diversamente infatti da quel che si verifica nella cura –per cosi dire esterna- dove il paziente mette diversi parti di se nelle  figure professionali con cui,   in comunita  questi movimenti affettivo difensivi avvengono non solo su un'equipe unitaria, ma anche in uno spazio antropologico e logistico che è il setting comunitario e questo consente, di ricomporre come in un puzzle -nel sé mentale dell'equipe- il vero sé del paziente.
Essa rappresenta, quindi, la rara possibilità per lo psicoanalista di lavorare nella vita reale del paziente , osservandone e valutandone gli aspetti quotidiani (le azioni parlanti ,Racamier) , gli aspetti emotivo-affettivi del suo co-abitare in relazione con altri (una “residenza emotiva” ,una casa per le loro emozioni dove -secondo Zapparoli -  gli aspetti di attaccamento e accudimento  possono essere visti e presi in carico attraverso l’approccio indiretto , mediato, transizionale delle “situazioni come se “ G.Campione, 2009).
Non solo, ma in questa condizione la possibilità di capire meglio coincide anche con la possibilità di farsi capire meglio: cioè di mettere a disposizione del paziente  e del suo gruppo di appartenenza, il vero sé dell'equipe comunitaria, che vive fino in fondo l'esperienza di Comunità. Da questo punto di vista questa è un'equipe che ha una naturale propensione a collassarsi sulle funzioni della famiglia naturale del proprio utente e non riesce quasi mai a rimanere la famiglia simbolica, la famiglia culturale . Da cui l’indispensabilità di una supervisione Psicoanalitica. Perché la Comunità Terapeutica, nel momento in cui si appresta a divenire la famiglia e a condividere la quotidianità col paziente , evita di diventarlo nella misura in cui apre la dimensione del rapporto a una dimensione eccezionale: cioè la gruppalità. Apre al terzo nella misura in cui tutte le pratiche dell'istituzione comunitaria diventano di tipo gruppale. E' il riferimento al terzo l'antidoto nei confronti dell'eventualità di collassarsi sulla identificazione con la famiglia .
Quindi la Comunità Terapeutica è una istituzione che pensa in termini di progetti di nascita sociale; anche se è vero che la pratica reale che effettua è quella di una reinfetazione materna, (Charmet)  del tener dentro, però la sua grande speranza è quella di poter far rinascere. Non tiene dentro per brama, non tiene dentro in nome della rassegnazione, ma della possibilità di riorganizzare la speranza di una rinascita; si tratta di vedere in nome di chi, in nome di quali valori. E a me sembra che si possa dire che gli aspetti più evolutivi della Comunità Terapeutica, quelli che meritano la maggior manutenzione da parte del supervisore, sono quelli legati al fatto che la Comunità Terapeutica è la casa dove si effettua oggettivamente un'operazione di reinfetazione (Charmet)  che però-differenza fondamentale- avviene in vista di una nascita e la si affida al gruppo dei fratelli; ma i fratelli lavorano sotto l'egida della funzione simbolica paterna, per cui da questo punto di vista mi sembra che la rinascita possa avvenire all' ombra dei valori del padre e quindi in funzione della nascita sociale. E da questo punto di vista la Comunità Terapeutica può davvero diventare la famiglia non incestuosa, quella del padre e quella della norma. ”(Charmet) 
In comunita terapeutica- infatti- molti pazienti che provengono da un esperienza con il cosiddetto “genitore unico” ( in realtà un genitore prevaricante sull’altro che è generalmente assente , abbandonico, dipendente) possono esperire invece relazioni sia con gli aspetti protettivi , accuditivi (simbiotico-fusionali,femminili,materni) che  con gli aspetti maschili,paterni della Legge simbolica e reale (le regole,il limite,il confine , la differenziazione, la separazione, l’individuazione) ) (G.Campione, 2009).
Questo può avvenire lì dove il lavoro sia consapevole di questi aspetti e quindi anche dal punto di vista pedagogico condivida un modello epistemologico ermeneutico che accetta di confrontarsi con quello psicoanalitico .


Bibliografia

Brunori L. Comunita terapeutiche, Mulino bologna

Campione G .., Nettuno A“Il gruppo e le dipendenze”, F.Angeli Editore, Milano 2007

Campione G ..,  “Il gruppo di operatori e il gruppo dei pazienti: riflessioni sulla supervisione nei centri pedagogico-residenziali per la doppia diagnosi “. CEAS 2010
Charmet Pietropolli G., Evoluzione del concetto di Comunità Terapeutica,                  http://www.psychomedia.it/pm/thercomm/tcmh/charmet1.htm
Foresti G, Rossi Monti “Esercizi di visionino”, Borla

Ferruta, Foresti, Pedriali, Vigorelli “La Comunita terapeutica”, Ed .Cortina. 1998

Racamier “Lo psicoanalista senza divano “ Ed.Cortina

Sassolas Marcel,Corino Ugo, Cura psichica e comunità terapeutica.Esperienze di supervisione. Ed.Borla. 2010

Scaglia. M, Tossicodipendenza maschile come conseguenza dell'assenza del maschio iniziatore.

Zoja Luigi, Nascere non basta, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1993

Zoja Luigi, Il gesto di Ettore, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2000